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Venerdì mattina (27 giugno 2003). Contea del Somerset. Ogni più minuscola e anonima stradina (e qui, nel sud della Gran Bretagna, ce ne sono veramente tante) bloccata. Presidiata. Polizia ovunque. Corpi scelti, a giudicare dalla stazza. Accostarsi con la macchina per cercare di orientarsi è semplicemente impossibile. Ma, a dire la verità, non ce ne bisogno, perché ovunque ci si giri c’è qualcuno con la riconoscibile casacchina blu e la scritta gialla steward a cui chiedere informazioni. Chiunque si aggiri furtivo lungo il muro di recinzione viene sistematicamente fermato dalla polizia: "Favorisca i documenti e il biglietto, please". Sul muro alto più o meno quattro metri, gli addetti alla sicurezza camminano avanti e indietro, a mo' di piantone. Sulle nostre teste, infine, un elicottero continua, instancabile, a volteggiare. L’edizione 2003 del pacifista Glastonbury Festival verrà sicuramente ricordata per la guerra ingaggiata contro i fence-hoppers. Guerra che a quanto pare è stata vinta, e per fortuna, aggiungiamo noi. Perché per quanto ci sforzi di fare dell’ironia, questo dei fence-jumpers era diventato un serio, grave problema per il festival. Tanto grave che, insieme ai connessi problemi di ordine pubblico e criminalità, ne ha seriamente minacciato l’esistenza. Durante l’edizione del 2000, tanto per intendersi, quasi la metà dei 200.000 partecipanti era sprovvista di biglietto. E il colpo fu cosi` duro che l'anno seguente il festival non si tenne. Certo anche le imponenti misure di sicurezza prese quest’anno, e la prudente, pure troppo, allocation dei biglietti (112,500 esauriti in 18 ore) saranno difficili da digerire per i glastonburini doc, che, a torto e a ragione, credono ancora che questo festival sia e debba restare diverso dagli altri. Ma delle due, l’una. Il Glastonbury Festival non poteva permettersi il lusso, peraltro altamente rischioso (nelle edizioni passate i paesi circostanti diventavano teatro di guerriglia urbana e in quella del 2000, durante il concerto di Bjork, un altro po' ci scappava il morto), di ignorare di essere diventato, pur nella sua diversità, un evento di massa. Con i conseguenti problemi di gestione, di sicurezza e di cassa. E il primo a capirlo infatti è stato proprio chi questo festival lo ha ideato trenta tre anni fa, mettendo da quel dì a disposizione la propria vasta tenuta terriera. Stiamo parlando naturalmente di Michael Eavis, il quale a quanto pare è per il festival qualcosa di più che una guida spirituale. Egli, infatti, ha acconsentito di affidarne la gestione alla più grande compagnia inglese specializzata nell’organizzazione di questo tipo di eventi. La Mean Fiddler, la stessa che sta dietro il festival di Reading. Una scelta dunque in odore della tanto vituperata globalizzazione, ma Mr Eavis, meglio di chiunque altro, sa che il Glastonbury Festival si gioca tutta la sua reputazione di festival tra i più prestigiosi al mondo proprio su questo precario, difficile ma necessario punto di equilibrio tra radici hippie e inevitabili aperture al mercato. La partita non è facile ma, come si sa, gli inglesi, anche i più anticonformisti, sono amanti delle scommesse. E sanno essere, quando ve ne è la ncessità, anche molto pragmatici. Altro che le nostrane giunte comunali. Venga allora l’Orange (una delle principali compagnia di telefonia mobile inglesi) con il suo imponente stand. Venga la Budweiser con le sue birre carissime. E vengano pure i tanti negozietti che vendono scarpe fabbricate in paesi con manodopera sottocosto, quando poi, pochi stand più avanti, c’è quello del Make Trade Fair. Ma lasciamo stare. Anche perché stando a Glastonbury si capisce subito che certe sviste sono legittime o quanto meno comprensibili. Una delle impressioni più forti che regala Glastonbury, infatti, è quella di trovarsi in un luogo in cui molte, tante, troppe sono le cose che ti sfuggono, che non conoscerai mai. Una sensazione frustante ed eccitante allo stesso tempo che con il passare dei giorni anziché diminuire, aumenta. Il che vale soprattutto per chi qui ci é venuto per la musica.
Il Glastonbury Festival è per gli amanti della musica una sorta di paradiso. Anzi, senza sorta, un paradiso tout court. Fonte di continua, perenne tentazione e dunque di sicura dannazione. Una tortura insomma. Una piacevolissima tortura. Sia fisica che mentale. Fisica perché gli stage principali in cui si tengono i concerti sono ben sette, (Pyramid Stage, Other Stage, Acoustic Stage, New Tent Bands, One World Stage, Dance Tente, Avalon Stage), e l’uno più lontano dell’altro, mentre i concerti si susseguono interminabili dalla tarda mattinata fino a notte fonda. E se all’inizio si salta di qua e di là come dei grilli, dopo un pò, complici il caldo, la folla e la stanchezza, si comincia a cedere il passo. Ed è qui che subentra la tortura mentale. Perché quanto tu più cerchi di organizzarti la giornata in modo da vedere più concerti possibili, tanto più ti accorgi che sono più le cose che hai perso che quelle che sei riuscito a vedere. A volte devi fare delle rinunce clamorose, altre invece magari meno eclatanti ma altrettanto frustanti. Per esempio. Riusciamo a vedere i Mogwai dopo aver ascoltato il loro ultimo (splendido) album. Meglio di così si muore, eppure... eppure, a dieci minuti di camminata, (se si tiene un buon passo), stanno suonando i Yo La Tengo. Oppure. Vedere i Radiohead a Glastonbury è occasione più unica che rara. Lo facciamo, infatti, eppure prima di addormentarci, segretamente, ci confessiamo che anche il concerto dei Lamb non sarebbe stato niente male. E così passando per altre coincidenze al limite del suicidio, tipo tanto per citarne qualcuna: Beth Gibbons & Rustin Man-Grandaddy; Primal Scream- Morcheeba- R.E.M.- Fat Boy Slim- Death in Vegas; Tricky-Sigur Ros. Il quadro ci sembra abbastanza chiaro, o no? Tale abbondanza dunque disorienta, ma non va fraintesa. Perché per suonare a Glastonbury la qualità della musica spesso non può bastare. Si prendano per esempio i bravi, bravissimi Interpol costretti, poverini, a suonare sabato alle 17,30 con un sole che spaccava il culo ai cardellini. E loro tutti vestiti di nero, laccati, seriosi, con quel sound diciamo così poco solare. Malgrado loro, decisamente fuori luogo. Ma a parte il look, l’humour e il tempo, che quest’anno fatta eccezione per la mattinata di venerdi, è stato benevolo, altri sono i fattori che possono determinare la riuscita o meno di un concerto. Il Glastonbury Festival, con i suoi 33 anni, ha alle spalle una storia unica e irripetibile, durante la quale ha maturato un determinato spirit che tende a privilegiare esibizioni meno composte, poco educate, più primitive, bizzare. Ne sanno qualcosa i Flaming Lips che, agevolati da una naturale sintonia, regalano uno show indimenticabile, tra i più belli di questa edizione e forse di sempre. Con quella miracolosa capacità di non prendersi mai sul serio. Con quel sound onirico, giocoso, elaborato che sembra sempre di ascoltare per la prima volta. L’esecuzione di “Happy Birthday” è da enciclopedia. Avremmo voluto piangere se non fosse stato per quel qualcosa in più che Glanstonbury chiede, pretende e che i Flaming Lips hanno dato. Vale a dire una coreografia pazzesca che, come ha scritto l’inviato del Guardian, sembrava una protesta contro gli OGM. Ovvero venti pupazzoni giganti e danzanti. Paperozze, porcelloni, conigli ecc. ecc.
Stupire dunque. Abbandonarsi al mood sballato del festival. Uscire dai propri ruoli di idoli pop (anche se qui non sono mancate le folle giubilanti e strappacapelli) e reinventarsi, mettersi in discussione in quell’ora o poco più di musica a disposizione. Cosa che sono riusciti a fare i Radiohead, piuttosto che gli attesissimi R.E.M. o la leggenda reggae Jimmy Clliff. Una lezione di stile invece l’hanno data i Radiohead, che hanno chiuso la serata di sabato. Thom Yorke e compagni, di fronte ad una platea oceanica, alleggerendo il loro sound dai consueti toni apocalittici e disperati, hanno offerto una performance grintosa, scattante, inquieta eppure immersa in una leggerezza, in una soavità che sarà difficile, impossibile dimenticare. Perfettamente in equilibrio poi l’alternanza tra melodie scarnificate, desolate, e metafisiche e incursioni elettroniche più fisiche, meno pensate e pensierose. Bello anche lo show di Moby che ha chiuso il festival con un pastiche godibilissimo e altamente danzabile di techno, chitarre e soul music. E svelando alla fine un piccolo mistero del festival che circolava da giorni. Alla fine infatti è stato lui, dopo che erano stati fatti i nomi dei Primal Scream, Supergrass e Rapture, ad eseguire “Creep” dei Radiohead. Ma Glastonbury non è stato soltanto il festival dei grandi nomi, siano essi i R.E.M., Radiohead, Moby, Morcheeba (lei a proposito, venerdì sera al One World Stage, più in forma che mai con un taileur rosso da capogiro). E` stato anche il festival della musica da hits tipo Macy Gray e Sugababes. Dei cloni più o meno riusciti dei White Stripes. Della musica fighetta tipo i Music - che hanno suonato al posto degli Zwan - Feeder, Suede, Doves. Del buon pop che per fortuna non muore mai (Turin Brakes, The Coral, Supergrass, ma soprattutto David Gray in eccellente forma). Di quella sperimentale (il vecchietto John Cale relegato in mezzo ai giovanotti della New Tent Bands). Di quella spirituale dei Sigur Ros. Di quella che ti mette di buon umore (Lemon Jelly). Di quella multietnica (Asian Dub Foundation). Delle nuove band da tenere d’occhio (Kings Of Leon, My Morning Jacket, The Rapture. Questi ultimi in particolare con un rock indie a metà tra funk e punk, veloce e distorto, piacevolmente distorto ai limiti e pure oltre i limiti della ballabilità. Di quella dello charme e dell’eleganza (Beth Orton, Beth Gibbons & Rustin Man, Richard Thompson). Di quelle che ancora presto per parlarne (The Basement). Di quella che lo vedi che la classe non è acqua (Mogwai, Primal Scream, Yo La Tengo, Granddaddy, Calexico che regalano una piccola cover di “Neon Golden” dei Notwist). Di tutta quella che, per evidenti motivi di spazio, non possiamo parlare. Anche perché, dopo aver menzionato tanta musica, vorremmo riservare queste ultime righe per ricordare anche quella che purtroppo non c’é più: quella di Joe Strummer, scomparso il dicembre scorso, che naturalmente il Glastonbury Festival non si è dimenticato di celebrare dedicandogli una memorial stone scelta da Mr. Eavis in persona e posta nel cuore spirituale del festival, il Green Fields. Nostalgia certo, ma anche, soprattutto, un monito per chi, negli anni venire, passerà da questa parti per fare Musica.
Articolo del
24/06/2008 -
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