|
Mantenere l’obiettività, in certe situazioni, non è facilissimo. Ad esempio, non è facile quando si ha di fronte quello che molto probabilmente è il tuo gruppo preferito. Il gruppo di cui ti piacevano tantissimo gli esordi ed il gruppo di cui hai apprezzato il coraggio di abbandonare gli schemi che li avevano portati al successo e di lanciarsi in una sperimentazione sonora che, dagli anni ’90 ad oggi, ha pochi eguali. Se a ciò si aggiunge che stai aspettando questo concerto da anni e che la sera della prima data milanese, in un vagare in moto dopo la vittoria dell’Italia sulla Francia, sei anche passato fuori dall’arena per cogliere qualche attimo delle atmosfere del set, beh, allora, non è facile per niente restare obiettivi. Assolutamente consapevole di questo, cerco qualche difetto per iniziare a parlare della seconda data milanese della band di Oxford. Primo. Il volume della musica non era altissimo. Ma qui non è colpa loro. E’ colpa di chi vive intorno all’Arena. Secondo. Magari, fatta eccezione per un Thom Yorke in ottima forma con le sue tipiche movenze scattose, i Radiohead sono stati (almeno all’inizio) un po’ troppo statici sul palco. Terzo. La scaletta, di circa due ore, ha privilegiato forse qualche pezzo lento di troppo e ha lasciato poco spazio alle belle schitarrate dei primi album. Ma più mi sforzo di trovare altre (sempre più irrilevanti) lacune, più mi convinco che è stato un concerto semplicemente bellissimo. Oltre a proporre tutte le tracce dell’ultimo album “In Rainbows”, i Radiohead hanno attraversato tutto il potenziale offerto dalla loro discografia, passando dal rock dei primi album di “Just” (da “The Bends”) fino alla svolta elettronica di inizio 2000 di “Dollars And Cents” (da “Amnesiac”), dell’acclamatissima “Idioteque”, di “The National Anthem” (introdotta da qualche secondo di trasmissioni radio in italiano) e di una “Everything In Its Right Place” dedicata, con tanto di bandiera, al Tibet (tutte e tre da “Kid A”), dalle suggestive e potenti commistioni fra effetti e chitarre di “2+2=5” e di “A Wolf At The Door” (da “Hail To The Thief”) fino alla conclusiva, splendida, altalenante, cavalcata di “Paranoid Android” (da “Ok Computer”). In due ore, quindi, si sono alternate continuamente - sia fra i vari pezzi che all’interno dei singoli pezzi - l’energia pura del rock, le emozioni dritte alla testa di pezzi scarni come “All I Need” od arpeggiati come “Weird Fishes”, le suggestioni e le impennate delle atmosfere elettroniche. Il tutto con una classe cristallina ed una padronanza assoluta dei diversi registri e dei diversi strumenti che venivano via via portati sul palco: non solo gli effetti di Johnny Greenwood, ma anche tastiere, piano e percussioni extra come in “There There”.
Alla fine, tutti soddisfatti. Certo, qualche canzone in più avrebbe reso ancora più magica la serata. E ognuno aveva, sotto sotto, qualche chicca che avrebbe voluto sentire e non è stata suonata. Ma questo non è un limite. Significa solo che hanno troppi pezzi da incorniciare.
SETLIST: 01. Reckoner 02. 15 Step 03. The National Anthem 04. All I Need 05. Nude 06. Airbag 07. The Gloaming 08. Dollars & Cents 09. Arpeggi 10. Faust Arp 11. How To Disappear Completely 12. Jigsaw Falling Into Place 13. A Wolf At The Door 14. Videotape 15. Everything In Its Right Place 16. Idioteque 17. Bodysnatchers
encore 1: 18. House Of Cards 19. There There 20. Bangers N’ Mash 21. Just 22. The Tourist
encore 2: 23. Go Slowly 24. 2+2=5 25. Paranoid Android
Articolo del
27/06/2008 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
|