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La fila di persone accampate all’esterno dello stadio riempie a malapena le transenne messe dall’organizzazione per gestire l’afflusso nella struttura. Lo stadio è imponente tanto quanto il caldo che si è abbattuto su Milano. La visita di Springsteen a San Siro è un evento che si tinge di leggendario ancora prima che tutto abbia inizio, ancora all’esterno, sotto il sole, sdraiati per terra. C’è chi parla del 1985 e del famoso diluvio universale e chi si inerpica in fantasiose previsioni, vantandosi di aver assistito a performance sparse per il globo. I laureati alla facoltà springsteeniana sono un folto gruppo ben nutrito, preparatissimo e incredibilmente variegato: c’è che viene accompagnato dai genitori e chi i genitori li accompagna. Il Boss ha il potere di radunare al suo cospetto un popolo mai pago e disposto a passare ore sotto il sole per assistere all’”evento”. Intorno alle cinque i cancelli si aprono. La gente spinge, corre, esulta. San Siro si riempie lentamente. L’orologio segna un quarto alle nove quando i componenti della E Street Band fanno il loro ingresso sul palco. Ci pensa il Boss a chiudere la fila, armato di Telecaster e camicia nera. Il boato del pubblico accompagna i saluti di rito. Tutti prendono un lungo respiro, San Siro si gonfia pronto al salto. “Summertime Blues” e “Out In The Street” sono il riscaldamento. “Radio Nowhere” si dimostra essere già un classico. Pubblico in delirio ma, diciamoci la verità, tutto nei binari della normalità. A far deragliare questo treno in corsa bastano però pochi minuti. Il Boss passa in rassegna le truppe, ci si tuffa, si fa inglobare da mani avide e raccoglie cartelloni con richieste di ogni genere, sempre con il sorriso sul volto. Suda e si dimena, gigioneggia contento come un bambino e prende le redini di un concerto che comincia a tingersi di quella trama leggendaria che tutti aspettano, che tutti cercano. “Prove It All Night”, “The Promised Land” e “Spirit In the Night” sono una tripletta micidiale. “Hungry Heart” è un vero tuffo al cuore, ma è con “Because The Night” che si comincia a capire veramente con che razza di bastardo abbiamo a che fare. E’ il primo vero momento in cui sul palco l’attenzione non è solo tutta rivolta al padrone di casa: riff pazzeschi, duetti e improvvisazioni sono un segnale di vita, qualcosa di più di un semplice gettone della presenza per la E Street Band. “The Rising”, “Last to Die”, “Long Walk Home” sono la rincorsa per il volo spiccato con “Badlands”. Si chiude dopo due ore e cinquanta la prima parte del concerto. Sarà che si deve rimanere nella tempistica dettata dal comune, sarà che l’adrenalina è tanta, servono solamente pochi istanti per rivedere la band al completo, pronta a dar fondo a tutto quello che è rimasto. Vorrei tornare per un attimo a quel momento, solo per potermi dire cosa mi aspetta, prepararmi meglio a qualcosa che rimarrà nella mia testa per tanto tempo. La ricerca del ricordo indelebile è un territorio comune a tutti i presenti. Tutti vorrebbero che il concerto a cui si assiste sia quello memorabile, quello da raccontare, quello che serve a non vivere più delle esperienze di seconda mano di qualcuno che c’era stato. Lo si vuole talmente tanto che nel momento in cui ci si accorge che il desiderio sta prendendo vita quasi non ci si crede. Non ci si crede, infatti, quando dopo “Born To Run” non ci si saluta per il gran finale. Sembra l’inizio di un altro concerto. Al diavolo l’ora da rispettare, nessuna interruzione, si va ben oltre le undici e mezza. Chi lo ferma più uno Springsteen così? Chi ha il coraggio di fermarlo? Telecaster al cielo, band radunata in un unico abbraccio. L’uomo del giorno chiede se è ora di andare a casa. La risposta al boato di San Siro è “Dancing In The Dark” e “American Land”. Delirio puro, momenti da raccontare. Ci si spinge davanti per potersi avvicinare, si salta nelle retrovie per vedere meglio. Basta un accenno a tre accordi molto semplici per chiarire una volta per tutte che non ce n’è per nessuno. Per la prima volta nel tour, il Boss si volta, guarda il resto della band e dopo aver decretato “One more for Milano” decide che è venuto il momento di ridurre a brandelli qualsiasi tipo di inibizione, di dare sfogo e cavalcare il momento magico, di consegnare la serata alla storia. “Twist And Shout” è l’interminabile chiusura di un concerto indimenticabile. Scorre un brivido per tutta la durata del pezzo. Springsteen troneggia il palco, la E street Band sembra essersi risvegliata dal torpore della normalità. E’ questo che riserva Milano al Boss. Le luci si accendono, si può ricominciare a respirare dopo più di tre ore di apnea. Si chiude lo show. Si esce all’esterno senza voltarsi indietro per paura di rovinare qualcosa di perfetto. E’ il momento di saldare bene tutto in testa e trovare le parole giuste. La verità è che non ci sono tante cose da dire se non la promessa che la prossima volta saremo maledettamente ancora in prima fila. Con il sole o con la pioggia. Potere del Rock. Potere del Boss.
SETLIST: Summertime Blues Out In The Street Radio Nowhere Prove It All Night The Promised Land Spirit In The Night None But The Brave Hungry Heart Candy's Room Darkness On The Edge Of Town Darlington County Because The Night She's The One Livin' In The Future Mary's Place I'm On Fire Racing In The Street The Rising Last To Die Long Walk Home Badlands
Girls In Their Summer Clothes Detroit Medley Born To Run Rosalita Bobby Jean Dancing In The Dark American Land
Twist And Shout
Articolo del
01/07/2008 -
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