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Una serata da non mancare per tutti gli appassionati di Rock Progressivo inglese qui radunati per un concerto che vede il ritorno a Roma di Carl Palmer, da Birmingham, 58 anni molto ben portati, batterista e percussionista di provata fama internazionale. Siamo in presenza di un veterano della scena rock inglese dei primi anni Settanta, un musicista che ha suonato con Chris Farlowe, giusto alla nascita del british blues, poi con gli Atomic Rooster e, a partire dal 1970, con lo storico supergruppo degli Emerson, Lake & Palmer. Più tardi ha fatto parte degli Asia, la band formata da ex Yes e da ex King Crimson, gruppo con cui collabora ancora, tanto è vero che è già previsto per l’anno prossimo un nuovo tour europeo insieme con John Wetton e soci. Insomma Carl Palmer ha esercitato una influenza davvero molto importante su tutti i batteristi rock delle decadi successive fino all’ultima generazione, e non sono in pochi i giovani hard-rockers presenti questa sera, anche perché da una drum machine umana come lui hanno davvero molto da imparare. La Carl Palmer Band è in realtà un trio rock tradizionale, completata dal giovane e talentuoso Paul Bielatowicz, alla chitarra elettrica, e dal bravissimo Stuart Clayton, al basso. Il live act offerto del gruppo è composto da un unico set strumentale di stampo granitico e dalle tonalità roboanti. A cominciare dalle esecuzione delle lunghe suite di “Tarkus” e di “Trilogy”, che fanno sobbalzare di gioia i nostalgici degli Emerson, Lake & Palmer. Accaldato ma entusiasta Carl Palmer, circondato come è da gong, piatti e tamburi che percuote selvaggiamente, si ferma solo per un attimo, tanto per ringraziare il pubblico, chiedere lo spegnimento di quei fari bianchi che lo infastidiscono non poco, e presentare la sua band. Poi introduce “Tank”, il primo pezzo in assoluto scritto in collaborazione con Keith Emerson, e via con un lungo bagno nel jazz rock, che prevede anche gli assoli alla chitarra e al basso, rispettivamente di Bielatowicz e di Clayton. Riconosciamo il tema conduttore di “Over The Rainbow” che si mescola a citazioni sempre e soltanto strumentali di vecchi brani dei Genesis, degli Yes, dei King Crimson e di quel “Peter Gunn Theme” caro a tutti i rock and rollers che si rispettino. Echi nostalgici di “Take A Pebble”, sempre dall’album con la colomba bianca, che segnò l’esordio su disco degli ELP, precedono una nuova devastante e straordinaria versione di “Pictures At An Exhibition”, tratta dal capolavoro del compositore Modest Mussorgsky. A tratti il concerto sembra (e in parte lo è) una esibizione calligrafica di rara bellezza e precisione delle competenze musicali dei singoli membri del gruppo, che quasi gareggiano nel voler strabiliare. Primo fra tutti Carl Palmer, un vero gigione, che scherza con i suoi due compagni d’avventura più giovani e accenna motivi musicali che vengono poi repentinamente interrotti, per poi essere richiamati con maggiore fracasso pochi secondi più tardi. Amabili trucchi che ci riportano ai primi Settanta, cose spazzate vie poi dal diluvio rappresentato dal Punk Rock, ma forse Palmer & soci neanche se ne sono resi conto. Procedono da anni diritti lungo la loro strada, non concedono variazioni tematiche, mutamenti di stile, e chiudono la loro esibizione con una incredibile, altisonante e fantastica riedizione dei “Carmina Burana” nella versione sinfonica di Carl Orff. Una vera e propria cascata di suoni, una tempesta di note che investe il pubblico presente, non di certo numeroso, ma selezionato ed attento. Ci vediamo l’anno prossimo, con gli Asia!!!
Articolo del
05/07/2008 -
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