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Lo spettacolo si apre con le immagini dei precedenti grandi live tenuti dal “Liga” a San Siro, nel 1997 e nel 2006, che scorrono sul megaschermo; e, come in una lunga storia che segue il suo corso naturale, ai volti sorridenti, dall’espressione rapita, degli spettatori di allora, si sovrappongono quelli dei 65.000 che sono qui stasera, per ritrovare la formula magica di quell’incantesimo. La favola in questione è quella di Luciano Ligabue da Correggio: un nome che, oggi, non ha bisogno di ulteriori presentazioni; eppure, a noi piace ancora ricordarlo, agli inizi della sua carriera, dieci, quindici anni fa, un ragazzo con la sua chitarra che dichiarava di sentirsi “a metà tra la via Emilia e il West”, e di ispirarsi al grande rock’n roll americano, quel firmamento dove ancora oggi brillano le stelle degli Eagles e di Elvis, per citare solo due tra i più grandi. Pochi, allora, avevano creduto in lui: il tipo di sound che Luciano proponeva sembrava troppo, per così dire, “a stelle e strisce” per poter inserirsi nei canoni manieristici, e un po’ ingessati, della tradizione melodica tricolore. Eppure Ligabue riusciva, già allora, a trasmettere una carica incredibile al suo pubblico – allora assai meno imponente della folla che riempie San Siro stasera - con il ritmo trascinante di “Balliamo sul mondo”, “Bambolina e barracuda”, “Libera nos a malo” e tanti altri: e ancora, a distanza di anni, i suoi fans ricordano questi piccoli gioielli del rock nostrano, li cantano, li richiedono, e l’alchimia tra il cantautore emiliano e i suoi aficionados è in qualche modo capace di renderli oggi più attuali di allora. Così, puntualmente, la magia si ripete anche stasera: Luciano è in forma smagliante, e lo dimostra mettendo in campo tutta la sua energia, sia con la sua voce ruvida, inconfondibile, immutata, sia con l’intesa con la sua band (straordinario il chitarrista storico Poggipollini), sia, anche, con le continue maratone che si concede sulla lunghissima passerella allestita in modo da passare in mezzo alla folla radunata sul prato dello stadio; la cornice di San Siro, poi, è ovviamente eccezionale, e l’ambientazione è ulteriormente impreziosita da un pubblico caloroso come raramente se ne vedono. Il Liga apre le danze, e non poteva essere diversamente, con “Certe notti”: l’inno di artisti e gente comune, dall’esistenza fatta a volte di vita randagia, ma anche di quei punti di riferimento che sembrano eterni: gli amici, il bar di Mario, le notti passate a guidare in cerca di qualche avventura fugace, o, forse di un senso a questa pazza corsa… Seguono, senza un attimo di respiro, gli inediti di “Primo tempo” e “Secondo tempo”, e poi “Il giorno dei giorni”, “Balliamo sul mondo”, “Libera nos a malo”, “Vivo morto o X”, la dolcissima “Piccola stella senza cielo”, “Tra palco e realtà”, una trionfale “Urlando contro il cielo” e tante altre ancora, per finire con “Buonanotte all’Italia”, un saluto e un ringraziamento simbolico alla marea di fedelissimi che anche stasera non è voluta mancare all’appuntamento con il rocker emiliano. Che dire? Siamo ormai nel pieno di un’estate, a quanto pare, orfana del tradizionale “tormentone dell’anno”; nel pieno di una stagione che è per definizione una girandola di mode passeggere e di meteore musicali, ci sono pochi astri, lassù nel firmamento musicale, che sanno davvero illuminare, senza mai eclissarsi, queste serate dal clima tropicale (zanzare comprese, almeno a Milano...). Ecco, Ligabue è una di queste poche stelle fisse, un menestrello nostrano, energico e genuino che, per molti, ha il merito di aver portato nella musica italiana una rivoluzione paragonabile a quella devastante onda d’urto con cui Elvis Presley e il suo scatenato rock’n roll travolsero il mondo musicale, e con esso in qualche modo l’intera società, negli anni 50; molti altri, invece, amano il Liga semplicemente per quel suo essere al tempo stesso un po’ rockstar, un po’ poeta e un po’ cantastorie; perché ha sempre saputo cogliere, con una sorta di dono premonitore, le paure, le angosce e i sogni di genitori e figli di oggi, e tradurle in versi per lanciare un messaggio forte a chi ascolta la sua musica: “Non siete soli”. E forse, in questo mondo, anche questa è una piccola rivoluzione di cui si avverte più che mai il bisogno.
Articolo del
07/07/2008 -
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