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Di solito cerco sempre di iniziare il racconto di un concerto con uno spunto che vada per un attimo oltre la musica in sè, più generico, più di contorno, ma comunque importante. A volte, magari, non è semplicissimo trovarlo. Ma parlando della prima delle due date italiane del tour 2008 di Paul Weller (la seconda sarà all'Estragon di Bologna il 15 ottobre, ndr), di spunti ce ne sono quasi troppi. Si potrebbe partire dell’importanza della location e della bellezza quasi fuori dal tempo del lungo viale d’accesso a Villa Arconati, della Villa e dei giardini che hanno visto vivere e scrivere alcuni dei grandi della cultura italiana, da Goldoni a Foscolo. Oppure si potrebbe iniziare con l’intatta voglia di questo giovane cinquantenne di mettersi in gioco e di produrre (molta ed ottima) musica. Oppure ancora si potrebbe parlare dell’importanza e dell’influenza sulle band inglesi degli ultimi due decenni che si respira in quasi ogni pezzo della produzione di Weller. Con tutte queste alternative, forse, è meglio andare direttamente alla musica ed al set. Un set che ha proposto numerose delle ventuno tracce del nuovo “22 Dreams”, come le energiche “Push It Along” e “22 Dreams” o le più delicate “Invisible” e “All I Wanna Do (Is Be With You)”, ma che ha anche attraversato parte della sua produzione più e meno recente come, fra le altre, “Come On Let’s Go” e “From The Floorboards Up” (da “As Is Now” del 2005), la bellissima “You Do Something To Me” e “Changing Man” (tratte da “Stanley Road” del 1995), “Wild Wood” e “Shadow Of The Sun” (da “Wild Wood” del 1993) o addirittura quella “Eton Rifles” comparsa nel lontano 1979 sull’album “Setting Sons” dei Jam, la formazione con cui Weller ha mosso i primi passi. Ed un set, complessivamente, di buona musica, ottimamente suonato da tutti e cinque i membri della band ed in cui nessuno si è risparmiato per tutte le due ore (con tre acclamatissime uscite) della sua durata. Un set che ha esaltato le varie sfaccettature della musica di Weller, musica ora più distorta e accompagnata dal martellare della batteria ora ammorbidita dal piano, ora più effettata e suggestiva ed ora impreziosita dalla chitarra acustica. Ed un set ricco, oltre che di classiche melodie brit, di soli mai banali e di lunghi finali strumentali affidati soprattutto alle due chitarre ma anche, qua e là, alle tastiere ed alla batteria. E se per capire la grandezza di un’artista ed il successo di un concerto si devono leggere le emozioni sulla faccia della gente, allora non c’è nulla da discutere. I circa duemila fedelissimi di Villa Arconati, alla fine, non hanno resistito e tutte le sedie ordinatamente predisposte sono sparite fra l’entusiasmo della gente che si accalcava vicino al palco in piedi a cantare ogni canzone. Dando anche a Weller quell’ultima scintilla per rendere lo spettacolo davvero memorabile.
Articolo del
10/07/2008 -
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