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Solo lei, Susan Janet Dallion in arte Siouxsie, niente più Banshees, non è cosa, non sono più quei tempi ormai, ma la voglia di raccontarsi, con tutte le sue storie in nero tinte di punk rock, quella è rimasta. Dopo diversi anni di assenza, Siouxsie torna in Italia in uno scenario assolutamente fantastico, quello delle rovine del Teatro Romano di Ostia Antica, lei che ha sempre cantato la decadenza, che è sempre stata ispirata dalle vestigia di città che non esistono più, ma che conservano tutto intorno un’aura immortale. Ha lasciato la Francia, dove ha vissuto negli ultimi anni (ma sembra che stia per tornare a Londra), ha chiamato a raccolta la sua giovane band e - vestita di un costume attillato da principessa dark dell’era spaziale (un qualcosa di molto simile al periodo glam di Bowie con i suoi Spiders from Mars) - ci ha riproposto dal vivo quei brani che l’hanno resa celebre all’inizio della stagione felice del Punk inglese, sapientemente mescolati con alcune composizioni tratte da “Mantaray”, il suo ultimo album, pubblicato di recente, un disco davvero notevole, che ci permettiamo di consigliare. Siouxsie adesso ha 51 anni, non fa niente per nasconderli, d’altronde non le servirebbe a molto, perché è in splendida forma. Il suo incedere è maestoso ed imponente, le sue gambe lunghe e saettanti che menano fendenti all’aria sono parte dello show, così come il suo trucco, che aggiunge mistero ad un viso scolpito, spigoloso e duro quanto si vuole, comunque bellissimo. E’ una sacerdotessa, è una divinità greca, vecchie canzoni come “Christine” e “Happy House” risuonano come profezie ancestrali, memorie di un tempo lontano. Fra il pubblico c’è una divisione equa fra nostalgici del punk di vero pregio, di origine controllata, e le nuove leve del dark e del gothic rock che oggi imperversa. E’ lei la Regina, sappiatelo tutti, è stata lei a diffondere il verbo, prima di Patti Smith e di Nina Hagen, prima dei Cure di Robert Smith, o - più tardi - dei Depeche Mode e dei Sisters Of Mercy. Sorprende non poco l’inquieta bellezza di “Loveless”, tratta dal nuovo album, con quelle sue domande esistenziali pervase da un suono di basso elettrico quanto mai duro e ventrale. Devastante, oscura e metallica l’esecuzione di “Into A Swan”, il brano che apre il nuovo disco, una composizione d’altri tempi, che coniuga rock industriale, ricerca stilistica e provocazione punk. La scenografia si adatta perfettamente alle sonorità scelte da Siouxsie, le luci sono basse e soffuse, illuminano di tanto in tanto lugubri tendoni agitati dal vento, che lasciano intravedere sullo sfondo colonne di marmo imperiali, segni di una perduta gloria. Molto bella anche “If It Doesn’t Kill You”, che dimostra come Siouxsie abbia saputo costruire qualcosa di nuovo partendo dal suo passato, senza rinnegarlo. Questo le permette così di stare sulla lunghezza d’onda delle generazioni più giovani e di divertirsi ancora. Infatti è lei che sprona i suoi chitarristi al momento dell’esecuzione di “Nicotine Stain”, primo numero di un'encore che si ripete tre volte. Il pubblico vorrebbe che il concerto non finisse mai, lei Siouxsie è a dir poco entusiasta dell’accoglienza, e offre davvero il meglio di sé. Una rapida indagine fra le prime fila e si scopre che il pezzo più richiesto è ancora “Hong Kong Garden”, con quella ambientazione esotica che bene si coagula con le venature dark che il brano porta con sé. No, non può bastare, non può finire così, e infatti ecco che Siouxsie torna ancora fuori per eseguire “Spellbound”, un vecchio brano non previsto in scaletta, un altro regalo ad un pubblico che le riconosce la statura artistica che merita. Il viso di Siouxsie ormai è una maschera, devastato dal calore, il make up va in frantumi, le sue urla, quelle grida disperate, sono salite fino in Cielo, una serata memorabile per quanti camminano ancora on the dark side of the road.
(l'autore della foto di Siouxsie in azione al Teatro Romano di Ostia è Giancarlo De Chirico)
Articolo del
17/07/2008 -
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