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Arrivarci, così, a cinquantun’anni. Per le donne soprattutto, ma non solo per loro, il passare degli anni è spesso un brutto problema. Conosco ragazze della metà degli anni di Siouxsie che già si lamentano, scherzando ma fino ad un certo punto, di essere in fase calante. Ma per Susan Janet Ballion sembra tutto diverso. Primo, perchè ha ancora un’energia (ed una presenza scenica) incredibile e si muove sul palco (tanto e bene) come pochi altri vocalist nel panorama musicale. Secondo, perchè è proprio lei ad ironizzare sulla sua età (musicale e, di conseguenza, anche su quella anagrafica), invitando il pubblico a fare un happy birthday per i trent’anni del primo successo dei suoi Banshees, “Hong Kong Garden”. Pezzo del 1978 che peraltro resta uno di quelli accolti con maggiore entusiasmo dal pubblico, pubblico che, se per Paul Weller si era alzato in piedi nella seconda parte del concerto, ieri ha aspettato solo un paio di note per abbandonare le sedie, riversarsi contro le transenne per poi, nel corso del set, superarle con continue sortite sul palco da parte di alcuni giovani ma anche meno giovani fedelissimi. Il set, comunque, oltre all’innegabile magnetismo, alla grande teatralità ed alla voce profonda e molto particolare di Siouxsie, ha regalato diversi momenti molto carichi e coinvolgenti, affidati soprattutto alla chitarra quasi sempre molto distorta, alla batteria prontissima a sottolineare gli stacchi ed i momenti più significativi delle varie tracce ed a linee di basso e tastiere che rendevano sempre molto pieno il suono. Allo stesso tempo, però, c’è stato anche qualche momento un po’ più in stile Cure (Robert Smith è stato per alcuni anni, agli esordi, il chitarrista dei Banshees ed i due gruppi hanno affrontato alcuni tour insieme), come l’intro di “Spellbound” (tratta da “Juju” del 1981) o “Drone Zone” (tratta dal recente lavoro solista “Mantaray”), che ha offerto, col suo incedere sornione fra basso e batteria e le incursioni -questa volta meno grintose - della chitarra nel ritornello, la parentesi più particolare dell’intero set. Per il resto, Siouxsie ha proposto molti dei brani di “Mantaray”, come “About To Happen”, “Into A Swan” e “If It Doesn’t Kill You”, quest’ultima resa più distorta ed aggressiva (forse eccessivamente) rispetto alla versione dell’album, ma comunque molto bella, senza rinunciare a riproporre brani dei Banshees come, oltre alle già ricordate “Hong Kong Garden” e “Spellbound”, anche “Happy House” (tratta da “Kaleidoscope” del 1980), che contiene uno dei riff più immediati della loro produzione. E proprio “Happy House”, riascoltandola oggi nella versione in studio, mi conferma l’impressione di ieri: se c’è un’artista che dal vivo rende il doppio di quanto (di comunque buono) possa fare in studio, per la pienezza dei suoni, per l’energia che trasmette e per lo spettacolo in sé, questa è proprio Siouxsie. Da sola come con i Banshees. A cinquantuno come a vent’anni.
Articolo del
15/07/2008 -
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