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Essendo ideologicamente restii ad andare a vedere i concerti delle vecchie glorie punk, manifestazioni tipo il “Road To Ruins” – pur allettanti se sulla carta si va a vedere i nomi degli artisti invitati – le abbiamo sempre accuratamente evitate. Un’eccezione, però, l’avremmo potuta fare lo scorso dicembre, alla notizia che vi avrebbero suonati i losangelini Adolescents, autori a nostra opinione del più fulgido esempio di punk californiano che sia mai stato realizzato, il celebre eponimo album “celeste” del 1981, un disco che nonostante gli anni, i cambiamenti di gusto, il calo d’interesse verso il punk, ecc., trova a tutt’oggi posto nella nostra Top 20 di tutti i tempi (e beninteso: non solo punk). Per qualche motivo che ora non rammentiamo non potemmo andare, ma siccome in questo caso la vita ha voluto fornirci una seconda (pressoché identica) occasione, l’altra sera abbiamo deciso di non farcela scappare.
E così, eccoci all’Init – lo stesso luogo, peraltro, di quel fatidico concerto dicembrino – ad attendere fino a tarda ora l’arrivo sul proscenio dei cinque non più adolescents (tranne uno di cui si parlerà in seguito). Un’attesa comunque mitigata dal gradevole set alla Blondie dei locali Cokerocket, dalla visita di prammatica agli stand di magliette e CD e da due brevi quanto inconsequenziali chiacchierate con Tony Cadena (cantante degli Adolescents) e Pat Fear (leader dei supporters White Flag). Quando sul palco arrivano i conterranei degli headliners White Flag, l’Init è pieno come un uovo, con le prime file gremite da un esercito di revivalisti punk borchiati e crestati come neanche a Oxford Street nel 1979. Più che una punk-band, oggi i White Flag – che pure si fecero le ossa nei primi anni ’80 nei medesimi ambienti frequentati da Black Flag, Social Distortion e dagli stessi Adolescents – appaiono e suonano come una party-band, con Pat Fear (un sosia del Sergente Garcia) a fare il maestro di cerimonie con fare circense o – magari – semplicemente hollywoodiano. Prova ne è la loro strepitosa cover di “Piangi con me”, un classico del beat che Pat Fear canta in italiano con un accento non dissimile da quello esibito da Shel Shapiro dei Rokes (42 anni fa!).
Dopo una quarantina di minuti di frizzante rock and roll dei White Flag – e un breve interludio – è finalmente il turno degli Adolescents. Chi li aveva già visti a dicembre probabilmente non ci fa neanche caso, ma per noi e per quanti altri avevano fissate nella memoria le foto di copertina dell’album “celeste”, il confronto è shockante e impietoso. Il cantante Tony Cadena, quello che ti guardava con la faccia da moccioso impertinente, ora è uno sfatto signorotto dai lineamenti un po’ da indio, di quelli che incontri sul ciglio della strada a Tijuana con il sombrero in testa. E Steve Soto, il mitico Steve Soto, bassista e ora chitarrista, adesso è semplicemente un vecchio panzone, obeso oltre ogni decenza, benché mantenga il sorriso pacioccone dei vecchi tempi. I membri originali sono solo loro, perché i fratelli Agnew (Rikk e Frank rispettivamente alla chitarra solista e ritmica) sono rimasti a L.A. in altre faccende affaccendati e i batteristi sono cambiati una marea di volta (ora ai tamburi c’è il comunque ottimo Derek O’Brien, già con i Social Distortion all’epoca di “Mommy’s Little Monster”). Al posto degli Agnew ci sono un altro attempato grassone al basso (Warren Renfrow) e un chitarrista solista (probabilmente) minorenne che gira voce sia il nipote o il figlio di Frank Agnew (chissà) chiamato Joe (Harrison?).
Per un attimo questo sfacelo visivo passa in second’ordine, con il brano d’avvio “No Way”, meraviglia delle meraviglie del punk di L.A.. Per un attimo soltanto, però, perché risulta evidente quanto sia grave la mancanza della puntuale e ficcante chitarra solista di Rikk Agnew e come la voce di Tony Cadena non sia più il sibilo sprezzante di 27 anni fa ma abbia ora una qualità più matura e vissuta che non giova al pezzo. Passano uno dopo l’altro i brani di “Adolescents” alternati a qualche selezione da “Brats In Battalion” (1987) e dall’ultimo, recente “O.C. Confidential” (2005) e quello che ci viene da pensare è quanto sia incredibile che uno dei più fantastici e acclamati album di tutti i tempi – a quanto pare il più venduto disco punk USA di sempre, secondo solo a "Fresh Fruit For Rotting Vegetables" dei Dead Kennedys - sia in mano a questi 3 relitti (+2), che fanno il massimo che possono fare, ovvero: lo suonano benino e in maniera dignitosa, ma è probabile che la resa finale di stasera non valga un centesimo di quella che poteva essere ai loro tempi, in un qualsiasi barbecue-party di Orange County. Passano uno dopo l’altro pezzi leggendari come “Who Is Who”, “Amoeba”, “Wrecking Crew”, “Brats In Battalion”, “Word Attack”, “Creatures”, un mix perfettamente bilanciato di hardcore e melodia, e realizziamo che forse non è il caso di fare i puristi e/o gli schizzinosi; in realtà il punto è che canzoni così belle e così importanti riprendano vita, sia pure per un breve tour europeo, e vengano finalmente suonate davanti a un pubblico che le sappia apprezzare e per cui hanno rappresentato (e continuano a rappresentare) molto. Cosa dire, d’altro canto, quanto hai davanti a te Tony Cadena e Steve Soto che ti sparano “Kids Of The Black Hole”, un inno e uno dei più indimenticabili brani (non solo punk ma rock tout court) di tutti i tempi?
Eppure, tornati a casa, non possiamo fare a meno di riprenderlo in mano, quel “blue album”, per riguardare con attenzione le foto di Tony Cadena e Steve Soto imberbi e “adolescenti” per davvero, e confrontarle mentalmente con la decadente e decaduta versione 2008 materializzatasi all’Init. Due così potranno mai entrare nella Rock And Roll Hall Of Fame? Eppure se c’è un gruppo che lo meriterebbe – dateci retta - sono proprio i grandiosi Adolescents, da Orange County, California.
Articolo del
16/07/2008 -
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