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Nuovo appuntamento romano per i Massive Attack. I ricordi del precedente concerto sono ancora vivi. Un sapiente uso della tecnologia per le scenografie, vibrazioni sonore vicine alle singole frequenze proprie (sia del corpo che dei sentimenti).. Repetita iuvant: semplici variazioni per una serata piacevole, ma senza sorprese. Una scenografia avvolgente costituita da miliardi di led sapientemente programmati per esaltare il messaggio musicale. Prima di pura esaltazione degli aspetti formali legati all’accattivante tecnologia, poi sempre più espliciti, fino all’uso della citazione e della frase fatta, ad effetto, in formato spaziale. Il residuale nucleo storico , costituito da Del Naja e da Daddy G, si insedia in una piccola cattedra posta al centro, uno accanto all’altro, interpreti delle inquietudini contemporanee, pronti a governare gli eventi (anche se ogni tanto uno dei due scompare: basta un solo pilota per alcune trasvolate spaziali?). Si parte per il viaggio notturno con tutta una serie di brani nuovi. Le frequenze sono quelle, ormai note, basse, pronte ad entrare in risonanza con le corde più nascoste. Lo sfondo riconduce lo spazio ad un’unica matrice che genera messaggi imprevedibili. Codici a barre indecifrabili lanciati in un’atmosfera irreale. Forse siamo davvero nel “post-qualcosa”... Ma finalmente riemerge con nostalgia il vecchio repertorio, tornano i laceranti malesseri di “Risingson” e di “Inertia Creeps”, insieme alle sottili malinconie di “Safe From Harm”, di “Unfinished Sympathy” e di “Teardrop”. Nuove muse popolano lo scenario offerto dai Massive Attack, si chiamano Stephany, Jolanda. Le vette sublimi della regina dei Gemelli Cocteau però non possono più essere raggiunte. E’ comunque piacevole ricordarle e, nel pubblico, molti si abbandonano a più vallivi coretti. Horace Andy ripropone le visioni luminose proprie di “Angel”, accompagnate da esplosioni di luci, per ricordarci impossibili radiosi futuri. E infatti l’irruzione di messaggi su Guantanamo, sui diritti negati, su tante sopraffazioni e ingiustizie (non manca qualche accenno alla provincia italiana) impediscono - almeno in parte - l’immersione nell’amniotico liquido musicale. Quel finale con l’esecuzione di “Karmacoma” è nelle aspettative di tutti e - al di là di queste - restiamo comunque attoniti e ci troviamo ad ammettere che quel brano, dopo tanto tempo, ancora penetra e scava. Rimaniamo in attesa del prossimo lavoro “Weather Underground” per sapere se i Massive Attack continueranno ad essere – oppure no - i nostri inquieti sensori di meteorologie sotterranee.
(Si ringrazia Elisa Grilli per aver gentilmente concesso la foto dei Massive Attack dal vivo.)
Articolo del
19/07/2008 -
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