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In una carriera di successo, un “doppio” album è sempre un grande rischio, soprattutto se è quello della svolta e del cambiamento. La carriera di cui parlo è quella di Stevland (per gli amici “Stevie”) Judkins, che diventerà ben presto Stevie “Wonder”, dato il suo straordinario talento. Facciamo un passo indietro. A soli quattro mesi di vita una fuga d’ossigeno dentro l’incubatrice fa perdere definitivamente al piccolo Stevie il dono della vista: malgrado ciò, a quattordici anni le sue qualità di bambino prodigio gli permettono di cantare con una voce già matura, suonare tre strumenti (pianoforte, armonica e batteria) e di comporre, diventando in questo modo una piccola star della Motown, storica casa discografica sempre particolarmente attenta ad ingaggiare nuovi artisti nella sua scuderia. In poco più di dieci anni Stevie sfornerà hit a non finire, che puntualmente scaleranno le classifiche di mezzo mondo: “Fingertips”, “I was made to love her”, “A place in the sun”, il tutto con l’approvazione della Motown e con una copiosa crescita del suo conto in banca. Non soddisfatto del suo futuro di artista, ancora legato a contratti con le major che gli impongono particolari condizioni e non gli permettono il controllo totale sui suoi dischi, Stevie Wonder, dopo aver rinegoziato con la Motown e aver ottenuto maggior libertà di movimento, inizia a giocare di testa propria, mettendo sulla piazza il proprio talento. Dopo un succedersi di album originali e ben confezionati (fra tutti spiccano la freschezza di “Talking book” del 1972 e l’ispirato “Innervisions” del 1973), nel 1976 esce “Songs in the key of life”, doppio album ancora oggi fonte di ispirazione per molti artisti Soul e R&B (vedi Willy Smith, India. Arie, Jamiroquai e tanti altri). Punto di svolta per tutta la black music degli anni ’70, questo doppio ha una struttura tanto complessa e varia da riuscire ad attingere alla fonte di varie esperienze musicali, senza peraltro farsene travolgere. Nascono così canzoni-capolavoro come “As”, nella quale partecipa il jazzista Herbie Hancock alle tastiere, “Isn’t she lovely”, con la splendida armonica di Stevie Wonder in primo piano, “Love’s in need of love today”, dove fa capolino anche il Gospel, o la dolcissima, quasi mielosa “Summer soft”. I testi sono ispirati all’amore, un amore cosmico, assoluto e sincero, ai problemi razziali (soprattutto in “Village ghetto land”, “Black man”) e ad una visione positiva della vita. Se il jazz è fonte di ispirazione per “Sir Duke”, dedicata a Duke Ellington, in “Another star” e “Ngiculela-es un estoria” predominano i ritmi latini delle percussioni. Energico è il jazz-rock di “Contusion”, che ha suoni attualissimi, mentre “If it’s magic” è una degna cornice per le emozioni più pure. Pochi sono gli episodi minori: quasi tutte le canzoni qui nominate sono entrate ormai da tempo nel bagaglio conoscitivo di ogni musicista, ma anche nel sentire quotidiano di ogni semplice ascoltatore: perché sono canzoni semplici, talvolta anche tenere nella loro ingenuità, ma sicuramente frutto di una vena compositiva pura ed ispirata. Lavori complessi ed intensi come questo “Songs in the key of life” è difficile che se ne facciano oggi, un po’ per le assurde regole del mercato discografico, un po’,a mio modesto parere, per mancanza di artisti originali. Non mi resta che consigliarvi di correre nel vostro negozio di cd preferito e acquistare quest’album, sperando che la “musica dei sentimenti” vi colpisca dritti nell’animo. Buon ascolto.
Articolo del
22/05/2003 -
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