|
Un paio di settimane prima del concerto, tra una chiacchiera e l’altra, mi è scappato che per vedere i Sigur Rós come si deve, ci vorrebbe sempre il brutto tempo. Con il rischio i tirarmi addosso le ire di mezza Italia ovviamente non potevo prevedere di essere accontentato, eppure qualcuno deve avermi ascoltato. Milano è coperta da un cielo carico di pioggia. Scendo dal treno in stazione centrale, prendo la metro e mi avvio verso l’Arena Civica. Cade qualche goccia e in lontananza si intravedono i lampi. L’Arena si riempie relativamente in fretta. La platea numerata costringe tutti in un ordine prestabilito. L’inizio del concerto è fissato per le nove e mezza ma, a causa del meteo, una voce annuncia che tutto sarà anticipato di un quarto d’ora. Questo permette di annullare il ritardo fisiologico e per una volta iniziare davvero alle nove e mezza. Si chiudono gli ombrelli, si abbassano i cappucci. I Sigur Rós salgono sul palco, accompagnati dalle Amiina, come sempre. I lampi fanno da sfondo. C’è chi tiene il naso per aria, c’è chi cerca un riparo. Non piove ancora, ma sta per scatenarsi il finimondo. A questo punto devo cercare di rendere efficace il mio ricordo, per provare a trasmettere almeno un centesimo di quello che è stato. La musica dei Sigur Rós ha il potere di rapire, stranire e lasciarti a bocca aperta. Il vento soffia, il cielo è sempre più nero. “Jònsi” Birgisson, moderno Edward Mani di Forbice nel suo completo nero aderente, rompe il silenzio solo per notare che si sta come in Islanda. Lo prendiamo come un loro sentirsi a casa. Sul palco c’è una banda in completo bianco che suona gli ottoni passeggiando per il palco. Ci sono dei palloni giganti che si riempiono di luce calda, ci sono colori e c’è un’estasi totale. Ci sono i brani dell’ultimo album, Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust, che dichiarano ad alta voce la gioia di vivere, la maturità raggiunta. Ci sono i pezzi che hanno fatto di Takk l’album che è: Glosoli, Se Lest, Hoppipolla, Saeglopur. C’è Hafsol, da Von e Svefn-G-Englar, con il compito di aprire il concerto. Un concerto che non si apre mai e non finisce mai, un momento sospeso e ricorrente. Ogni concerto ha il suo climax, il momento che quando ormai tutto è finito, si ricorda nel tragitto per tornare a casa, quello che fa annuire tutti e si racconta a chi non è potuto venire. Non so cosa raccontare a chi non è potuto venire perché questa volta dovrei parlare di tutto e finirei per sentirmi tremendamente in colpa per non riuscire a dirlo bene. Parlare di come Gobbledigook ha fatto alzare tutti in piedi perché dài, non si può rimanere seduti. Mani al cielo, mani bagnate dall’acqua che finalmente cade, ma sottile. Questa volta si guarda in alto per farsi bagnare la faccia, per prendere la pioggia ad occhi chiusi. Senza non sarebbe stato la stessa cosa. Poca pausa prima dell’ultimo atto. Popplagio, anche nota come Untitled 8. I tuoni fanno parte della musica, il tempo si dilata e la distorsione sale. E’ un crescendo pronto ad esplodere, si perdono le coordinate di spazio e tempo. C’è qualcosa di magico in tutto questo, tanto che quando tutto finisce si fatica a rimettere i piedi per terra. Il commento finale ad un concerto di questo livello, alla luce di quello che la band sta raccogliendo in questo tour in termini di critica, non può essere che la constatazione di essere di fronte a qualcosa di non commentabile se non vissuto, e che i posteri ci invidieranno come noi invidiamo ora il passato più glorioso. Personalmente alla fine di tutto, ritorno a casa con un pizzico di soddisfazione in più: del resto se ha piovuto e se tutto è stato più speciale... è anche un po’ merito mio.
SETLIST: Svefn-G-Englar Glosoli Se Lest Vid Spilum Endalaust Hoppipolla/Med Festival Rock Song Godan Daginn Saeglopur Inni Mer Syngur Hafsol Gobbledigook
Popplagio
Articolo del
15/07/2008 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
|