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Serata all’insegna dei timpani lesi al MusicDrome. A far tremare le pareti ci pensano tre band in ordine di importanza (e frastuono). Il compito di aprire le danze spetta ai Coliseum, un trio affiatato che mischia l’hardcore più teso a influenze punkeggianti. Quattro album all’attivo e una discreta energia casalinga. Basta e avanza per intrattenere la scarsa quantità di appassionati (un paio di sbronzi) che si dimenano sotto il piccolo palco. Set relativamente breve, ma soddisfacente anche per chi digerisce poco il genere. A distanza di dieci minuti ecco gli Integrity, band di lungo corso decisamente più old school attraverso uno stile (consentitemi) anche un pelino datato. La band però ha un discreto seguito, cosa che le permette di avere una platea leggermente più gremita e magari anche qualche fan più accanito che conosce i testi. Le due spalle riscaldano comunque a dovere l’ambiente che va via via riempiendosi, fino ad una quantità soddisfacente di persone. I Converge salgono finalmente sul palco verso le 22.20, ed è quasi un piacere aspettare un’altra decina di minuti osservandoli sistemarsi praticamente da soli la strumentazione. Jacob Bannon intanto passeggia nervosamente qualche metro più indietro, sguardo in basso alla ricerca di un po’ di concentrazione. Finalmente, dopo un ultimo check, si può iniziare. Si comincia con Concubine: tanta energia, ma con la chitarra di Kurt Ballou che pare un po’assente, almeno inizialmente. Jacob intanto invita chi di dovere a spegnere i faretti che gli illuminano direttamente il volto. Dopo il breve intro di First Light, i nostri ci propongono una Last Light ineccepibile, seguita dalla sempre devastante Black Cloud. La setlist viene sostanzialmente spartita fra gli ultimi tre album, Jane Doe, You Fail Me e il più recente No Heroes, del quale ben presto irrompono i ferocissimi pezzi. Sacrifice, ma soprattutto l’accoppiata Heartache/Hellbound ci dimostrano di come metalcore sia forse una definizione troppo riduttiva e fuorviante. Le radici del gruppo partono da molto più lontano (leggasi senza paura Hardcore, anche dal punto di vista culturale), senza mai risultare ingombranti o forzate. Ecco che quindi Lone Wolves (abbastanza inaspettata, per la verità) sembra voler tracciare in maniera onesta un obbligato trait d’union con i padri putativi del quartetto (Black Flag e Minor Threat su tutti). Jacob rimbalza da una parte all’altra del palco, offrendo sovente il microfono alle prime file, ringraziando a più riprese il calore del pubblico. Sorprende piacevolmente constatare che la band riesce a coniugare una presenza scenica animalesca con una buona precisione esecutiva; Ben Koller è una macchina (nonostante qualche problema di natura tecnica), Kurt Ballou e Nate Newton si lasciano coinvolgere mano a mano fino a terminare lo show quasi esanimi. Si susseguono Drop Out, Eagles Become Vultures (accolta con una piccola ovazione), e c’è spazio per qualche classico (The Broken Vow) prima dell’apparente finale con No Heroes. La sorpresa finale si chiama Jane Doe; il treno Converge rallenta vistosamente, dilatando le tempistiche (si sfiorano 12 minuti di durata) e diluendo progressivamente l’energia primitiva per trascinare i presenti in territori più vicini alla cerebralità post-hardcore dei mai troppo rimpianti Breach. Il forsennato pogo si trasforma quindi, tranne che per qualche idiota eccezione, in un gruppetto di teste ipnoticamente ondeggianti, di cui alcune con occhi rigorosamente chiusi. La band si dilunga nei saluti, con grande gioia dei fan che, uno ad uno (letteralmente), stringono la mano ad un disponibilissimo Jacob, il quale ricambia quasi commosso davanti a tante parole di ammirazione e incoraggiamento, e non si tira indietro nemmeno di fronte a qualche decina di scatti. Onore quindi ad una band che dopo quasi 18 anni di attività riesce ancora a prodursi in live feroci e tremendamente coinvolgenti, mantenendo quel pizzico di approccio underground quasi “artigianale” che rende il tutto ancora più affascinante e grezzo.
Articolo del
26/07/2008 -
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