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A quasi un anno di distanza dall'uscita del loro ultimo cd, Uno (2007, EMI), abbiamo incontrato i Marlene Kuntz poco prima del soundcheck di un loro concerto e chiacchierato con il loro leader di sempre, Cristiano Godano.
L'attitudine musicale del vostro ultimo lavoro, Uno, racchiude sia la tradizione classica italiana - in Abbracciami c'è qualcosa che ricorda Battiato - sia quella americana come cantautori alla Nick Cave per esempio in 111. Che linea avete tenuto per costruire il vostro ultimo album?
Non teniamo mai nessuna linea. I pezzi di Uno nella maggior parte arrivano da miei song-writing casalinghi, a volte di chitarra o per esempio Abbracciami l'ho scritta con la tastiera. In verità questa era uno scarto di Bianco Sporco che suonata con la chitarra aveva una serie di accordi alla Nirvana; non l'avevo però proposto al gruppo perchè a quel tempo non era ancora pronta. Riascoltandola al tempo di Uno ho incominciato ad arrangiarla con le tastiere; poi il fatto che ricordi un po' Battiato non è assolutamente voluto.
Le varie esperienze lavorative con diversi artisti stranieri come Rob Ellis, Skin, o Greg Cohen contrabbassista di Tom Waits che ha suonato in Uno, quanto vi hanno lasciato di positivo nel vostro interiore?
Sono collaborazioni, a parte quella con Ellis, che si sono svolte nell'arco di due o tre giornate massimo. Quindi ci hanno lasciato più che altro una bella emozione e la sensazione di aver lavorato con musicisti che, una volta avuto a che fare con noi, ci hanno dimostrato il loro apprezzamento. Questo in qualche modo ci ha fortificato e fatto capire che il lavoro che stavamo facendo era interessante, anche per musicisti stranieri che noi rispettiamo molto. Con Rob Ellis invece la collaborazione è stata diversa, perchè ci ha prodotto il disco Senza Peso (2003, Virgin) e poi con lui siamo andati in tour e quindi ci ha lasciato una buona amicizia, oltre che ad un sapore di musicalità inglese, difficile da trovare qui da noi, se non in alcuni ambiti molto underground.
Qualche giorno fa la rivista Times ha elogiato la musica underground italiana dicendo che ha delle ottime possibilità anche se le band sono molto nascoste. Tu come percepisci il panorama musicale italiano odierno?
Per i complimenti fatti dal Times, non posso che essere d'accordo; anzi me ne stupisco che questa cosa venga detta solo ora! Spero che questo sia un primo segnale di una vera svolta musicale oltre che culturale.
Dopo quasi un anno dall'uscita di Uno, come lo sentite suonare dal vivo? L'avete in qualche modo già metabolizzato?
Alcuni pezzi suonati con continuità e portati regolarmente dal vivo, fanno già parte del nostro DNA; Canzone ecologia, Musa, Uno, Sapore di miele... Altri invece dopo averli proposti nel tour promozionale nei teatri, li abbiamo abbandonati per l'estate, perché pensavamo ad una scaletta un po' più movimentata. Brani come Canto, La ballata dell'ignavo, Canzone sensuale li riprenderemo per l'inverno.
Cosa ti manca del passato musicale che vorresti magari risentire? Non parlo del tuo personale, ma in generale; per esempio l'attitudine di far musica negli anni '70, estremamente diversa da ora.
Fortunatamente nel corso del tempo ho scoperto di non essere nostalgico; quindi i miei amori sono i miei amori e voglio bene a chi fa ancora dischi, ma provo lo stesso affetto anche per chi non ne fa più, senza però subire particolari rimpianti. Posto ciò, la musica va in un a direzione che non è più la mia, anche perchè gli album si preparano sempre meno come una volta. Non parlo di improvvisazioni o di lunghe jam session dalle quali estrapolare il meglio, ma di come la musica viene cattura per sempre su supporto. L'uso di determinate “macchine” e programmi per registrare permette di eliminare diversi errori che si fanno durante l'esecuzione dei brani. Però facendo così si vanno a perdere diverse esibizioni nelle quali non si trova il vero calore della registrazione. Se penso ad un gruppo che amo molto, i Sonic Youth, loro usano “le macchine” ma fino ad un certo punto. Se c'è un errore magari lo lasciano, perchè è bello riascoltare la magia che c'era durante la registrazione.
Alcuni artisti però preferiscono lavorare con alcuni produttori americani, come Steve Albini, fermi sull'idea del così detto “vintage”.
Sì è vero, ma sono una nicchia, perché quel mondo lo vedo come una chimera. Se penso agli italiani che vanno fin laggiù, inseguono un sogno estremamente difficile da realizzare, quasi come se cercassero un'appartenenza.
Però se penso a band italiane come gli Zu che appartengono a “quel mondo”, vedo che hanno realizzato in pieno il loro scopo.
Gli Zu li stimo e mi piacciono molto, ma il far parte estremamente di un “dogma” musicale per me è come aderire ad un integralismo musicale. Mi piace la varietà nel mondo. La ricerca della verità non la si può certo trovare così facilmente perché è nascosta ovunque. Anch'io ho amato i Big Black o i Rapemen per esempio (entrambe band di Steve Albini n.d.a.), ma sono cresciuto e penso di essere andato oltre. Si deve sperimentare, perché come dicevo prima la cosa importante è il non fermarsi mai in un determinato “settore” ma guardarsi attorno sempre e con attenzione. La buona musica è ovunque!
Articolo del
29/07/2008 -
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