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Una notte, l’ultima, lunga un sogno, l’ultimo sogno per ora, l’ultimo saluto, l’ultima cartolina dall’Europa. La cartolina di una notte densa di rock, di muscoli e sudore, di chitarre sguainate al vento, di folla che pulsa come un unico cuore sopra il cuore del Camp Nou, colma di quella voce ruvida come sabbia, ancora potente e viva, più forte della stanchezza, dopo mille notti passate a cantare. Una voce che arriva da polmoni allenati a dire tutto in una notte, ogni notte, come fosse l'ultima. Una voce capace d’immenso, insofferente agli anni che passano.
Lasciatecelo dire, a Barcellona è stata una notte indimenticabile, come speravamo in settantacinquemila, i tanti che a suon di cori e ola sugli spalti e sul prato abbiamo accolto intorno alle 22e25 al suo ingresso sul palco Bruce Springsteen e la sua E Street Band per l’ultimo concerto europeo del Magic Tour. La sera prima, il 19, sempre al Camp Nou, quella che sarebbe potuta essere una prova generale per l’ultima notte, grazie a Bruce è stata comunque una serata indimenticabile, con praticamente metà delle canzoni in scaletta diverse rispetto alla data finale.
L’ultima notte però è la notte che non si dimentica: spalla a spalla con Clarence Clemons, il Boss, camicia e jeans neri, e l’ormai immancabile moschino sul mento, ha aperto occhi e sorriso mentre i due si avvicinavano da dietro le quinte verso il centro del palco. Il boato di Barcellona ha fatto capire che sarebbe stata una notte fenomenal. Tenth Avenue Freeze-Out ad aprire le danze, Bruce che senza chitarra a tracolla, passeggia sulla pensilina a bordo palco, incitando un parterre che non ne avrebbe bisogno per il gran casino che già fa, ma che si accende e si infiamma ancora di più ad ogni cenno di questo ragazzotto di quasi 59 anni che non ne vuol sapere di smetterla di accendere notti come questa. Il primo pezzo è come una cavalcata a ritroso sotto i boardwalk, lungo il Jersey Shore, a rivivere i primi palchi, le prime battute della E Street Band, che esplodono nella strofa “When the change was made uptown / And the Big Man joined the band”, e Big Man si unisce alla band, col suo sax ancora in grado di emozionare...
Ed eccola la E Street Band, inarrestabile, nonostante quasi quarant’anni di concerti sulle spalle, nonostante il tiro non possa più essere quello di venti o trent’anni fa. Ma gli anni che passano non fanno a paura al tocco delle dita al pianoforte di Roy Bittan, alla chitarra sgraziata, ma appunto sgraziatamente rock di “Little Steven” Van Zandt, alle piroette del funambolico Nils Lofgren, pregevolissimo alla sei corde, alla sezione ritmica di Max Weinberg e Garry Tallent, che riescono a fondere potenza e ritmo, sopperendo magari a qualche calo di forma più che giustificabile per una band dopo 10 mesi di tour, al violino di Soozie Tyrell anima folk al servizio del rock degli E Streeters e ancora alla presenza comunque mai sopra le righe della rossa Patty Scialfa, vocalist ad ogni modo preziosa, e all’organo di Charlie Giordano, già con Springsteen nel progetto Seeger Sessions ed entrato a tutti gli effetti a far parte della famiglia dopo la scomparsa dello storico tastierista Danny Federici, con Bruce sin dai tempi dei primi locali ad Asbury Park.
E’ passato tanto tempo da quei tempi, Bruce lo sa e non cerca certo di nasconderlo: il presente è Radio Nowhere, che arriva come secondo pezzo, non prima però che il Boss si affacci letteralmente sulle prime file per un saluto che è come un appello “Hola Barcelona!!”, urlato tre volte. La musica di Springsteen è cambiata, ed è anche nel riff di Radio... pezzo livido, urlato, magari discutibile nella resa sonora, ma sempre suonato a mille, senza risparmio. Il pubblico spagnolo è caloroso e se qualcuno aveva dei dubbi, affettuoso e partecipe come quello italiano. Bruce se lo aspetta così, durante Lonesome Day, braccia al cielo e va tutto decisamente bene, “it’s all right”, lui ama e conosce il pubblico di Barcellona e lo ringrazia sciorinando anche qualche espressione in catalano. E’ un’elettricità che già dall’avvio sembra al massimo, satura, positiva, ma quando attacca un trittico che sa davvero di tempi e dischi epici, non c’è davvero nessuno che possa uscirne indenne: tribuna e curva scattano tutti in piedi a cercare di non dimenticare quei versi e quelle strofe. Prove It All Night e Darkness On The Edge Of Town, quest’ultima cantata dal Boss con una concentrazione ed un trasporto che fanno la differenza quando sono cose che hai scritto, cantato e pensato trent’anni fa. Intanto nel pit sotto il palco vive una festa che potrebbe sollevare da sola tutto lo stadio.
“Can you feel the spirit?”, e per chi riesce a sentire lo spirito arriva una Spirit In The Night quasi da stage-diving, mani, braccia e gambe che si appoggiano sulle prime file del pubblico, come ai vecchi tempi del Darkness Tour, quando il giovanotto scendeva nel parterre a cantare l’ultima strofa e l’inciso finale. Ed eccolo tre decenni dopo, ancora, il buon vecchio Bruce che caracolla felice, irresistibilmente sensuale da una parte all’altra del palco, a catturare uno sguardo, un sorriso, una mano tesa tra migliaia, a darsi e concedersi, mano nella mano con tutti i 75mila se potesse. Il corpo che si piega, quasi fino a toccare il pavimento con la schiena, tra il visibilio di tutto lo stadio.
Sull’intro potente di Light Of Day, ecco una scena ormai immancabile in questo tour: fans giovani e meno giovani, cresciuti con il rocker del New Jersey o folgorati solo recentemente dalla lucida frenesia di The Rising o dal non troppo esaltante Magic, eccoli tutti pronti nel pit ad esibire i cartelli con le richieste di pezzi possibili e altri forse improbabili. E il direttore Springsteen passa a raccogliere cartelle, cartoni, fogli, lenzuoli con su riportati i titoli di canzoni attese e richieste anche per diverse date di seguito, sperando che questa volta sia la notte buona. Lui mette tutto sotto braccio, poi sfoglia le richieste una ad una ed ecco che dal cilindro può uscire una Working On The Highway: asta e microfono spostati al bordo della passerella centrale a bordo palco, Bruce imbraccia l’acustica e sembra galleggiare tra il pubblico durante questo veloce up-time dal sapore country inciso nel 1984. Quasi a voler riprendere fiato la dedica a Patty Scialfa, moglie e compagna sul palco per le date spagnole, arriva Tougher Than The Rest, ballata dolce e intensa cantata guancia a guancia con la sua donna e con un solo finale di armonica a bocca sempre convincente anche nella bolgia del Camp Nou.
Ma quando tra i cartelli delle richieste il Boss mostra al pubblico This Hard Land si capisce che si vola molto in alto con uno dei pezzi più belli, voce, armonica, pianoforte, elettrica, voce roca e ispirata “stay hard, stay hungry, stay alive!”, scritto negli anni ’80 dal Nostro. Sono storie in rock che Bruce ha scritto in tanti anni da storyteller armato di chitarra elettrica. Da brividi. Così come l’America e le sue ferite sono nel cuore intenso e spietato di Youngstown, con solo finale di Nils Lofgren che manda praticamente in fiamme le 6 corde della sua elettrica. Ma la scaletta non concede praticamente cali di tensione, Murder Inc., con la voce di Bruce ruvida che sgorga rabbia da ogni vena, The Promised Land, epica e melodica allo stesso tempo, con il pubblico che canta e asseconda l’armonica del Capo, la chitarra di Little Steven, l’assolo di sax, fino al coro finale, da brividi con tutto lo stadio che non smette di cantare. E Springsteen che nel finale del pezzo dirige la band a braccio per portarla al brano successivo non cede, non molla un attimo. Livin’ In The Future riporta alla produzione più recente, quella dell’album Magic dello scorso anno, e nonostante i riferimenti alla politica americana degli ultimi anni, è probabilmente il momento meno eccitante dello spettacolo. Non è un caso che col passare delle date i brani tratti dal disco Magic in scaletta siano andati man mano diminuendo di numero (solo 4 nell’ultima data a Barcellona) Quando però dalle prime file Bruce va a recuperare una richiesta incredibile, montata in pratica su un display luminoso che riporta e fa scorrere il titolo della canzone, si ritorna a livelli di elettricità molto alta. Poco importa se il pezzo in questione, I’m Goin' Down non sia proprio una delle vette della produzione springsteeniana, la bolgia di Barca la fa volare altissima, con un coro unanime da infarto “I’m goin down-down-down-down”. Mary’s Place è ancora soul e dance party, con il Boss che si lancia in una intrepida scivolata sulle ginocchia. Quando la band sembra ormai girare a mille, arriva la sezione che un po’ rappresenta il fulcro del senso dello show: la sequenza The Rising / Last To Die / Long Walk Home, quindi impegno e denuncia, casa e fuga, una visione anni 2000 dell’America secondo Springsteen. Fino a sfociare nel rock senza fronzoli di Badlands, un tempo sputata e urlata dai bassifondi del sogno americano e che ancora oggi non ha perso ispirazione e dramma e anzi è diventato quasi un inno del popolo di Bruce.
Perché il popolo del Boss potresti riconoscerlo ovunque, in Spagna come in Italia, in Svezia come nel New Jersey. E se il suo popolo lo richiama sul palco dopo oltre due ore, per almeno un’altra ora di encores, lui il pubblico di Spagna sembra conoscerlo e riconoscerlo bene. Forse meglio degli altri. Non sembra essere un caso che abbia scelto questo paese, Barcellona e la Spagna per chiudere la parte europea del tour, c’è un affetto speciale, quasi unico, e lo si intuisce dallo sguardo di Bruce oltre che dalle sue parole e dalle scaletta del concerto. I bis sono quasi inenarrabili per emozione e intensità: Thunder Road, l’epica di Springsteen oggi come trentatré anni fa, la dinamite pura del Detroit Medley, le luci accese della corsa sfrenata di Born To Run (ma a leggere il testo di questa si resta senza fiato di fronte a questo romanzo di strada in 4 minuti), i colori e la danza della saltellante Rosalita, infinita, irrefrenabile a trascinare fans vecchi e nuovi, il saluto di Bobby Jean, che ci piace pensare anche come un saluto al vecchio amico Danny Federici, scomparso lo scorso aprile, e ancora le radici e la storia d’America in American Land col violino di Soozie Tyrell in bella mostra e il gran finale di Twist And Shout, tutti in piedi, tutti a ballare, come vent’anni fa, in questo stesso stadio per la fine del Tunnel Of Love Tour. Anche stavolta grande festa sul palco, tutti a bordo compresi i tre figli di Bruce e della Scialfa tutti insieme ad intonare il vecchio hit portato al successo dai Beatles, al gran completo, per l’ultimo ballo.
Senza tregua, fino alla fine, dopo oltre tre ore di concerto, e sfidiamo qualsiasi rocker al giorno d’oggi capace di uno show tanto lungo quanto intenso. La lunga maratona finisce così, sono quasi le due di notte, ma alla fine forse sembriamo più stanchi noi di lui. Lui il signor Springsteen, che ne avrebbe ancora e che dal centro del palco solleva ancora la chitarra dichiarando amore a Barca e alla sua gente “we love you so much” e promettendo “We’ll see you again”. Ci vediamo presto, allora caro Bruce, perché ci manchi già.
Articolo del
06/08/2008 -
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