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Appena incontro Nick Hornby, lo scrittore londinese di passaggio a Roma per promuovere l’ultimo libro “Tutto per una ragazza” (Guanda, 2008), e per presenziare al Festival delle Letterature di Massenzio, mi dà una notizia buona e una cattiva. Quella buona è che sarà prossimamente pubblicato in Italia un secondo episodio di “Una vita da lettore” (“The Polysillabic Spree”, 2004), la raccolta degli articoli pubblicati per la rivista letteraria “The Believer” che ritengo tra le cose migliori della sua produzione saggistica. La notizia cattiva è invece che la collaborazione con il Believer è stata interrotta, quindi questo secondo volume sarà – di conseguenza - anche l’ultimo. Per il resto, Nick Hornby è esattamente come te lo aspetti: gentile, affabile, arguto, appassionato, gran fumatore e ottimo conversatore. Ecco il resoconto di una mezz’ora ampia di chiacchierata.
Per cominciare ti vorrei chiedere, data la vastità dei tuoi interessi (musica, football, letteratura, cinema e quant’altro) dove trovi il tempo per restare aggiornato su queste tutte cose...
Be’, innanzitutto è importante ricordare che io non ho un lavoro vero e proprio... E tra le nove e mezza del mattino e le sei della sera sono completamente libero di fare quello che voglio. Con qualcosa come un romanzo, se scrivi mettiamo 500 parole al giorno, per 160 giorni lavorativi, ti rimane anche un sacco di tempo libero. Certo, ci vuole un po’ di disciplina... In ogni caso con i computer la cosa fantastica è che posso restare completamente aggiornato, per esempio sulla musica, senza uscire di casa. Leggo recensioni, scarico brani musicali... Così, se sto scrivendo e mi trovo bloccato su una frase senza riuscire ad andare avanti, improvvisamente mi capita di ritrovarmi da qualche parte su Internet.
Ma non compri più riviste musicali come facevi negli anni ’70 quando eri un accanito lettore dell’NME?
Di solito – ma non sempre – compro Mojo, per le recensioni dei nuovi album. Poi leggo anche alcune webzine su Internet. Ma la differenza è che oggi i quotidiani inglesi sono migliorati tantissimo. Per esempio il Guardian pubblica due ottime pagine ogni settimana sulle novità musicali; e le edizioni domenicali di tutti i giornali pubblicano qualcosa del genere... Mentre alla fine degli anni ’70 era impossibile trovare articoli, ad esempio sui Sex Pistols, sulla stampa mainstream – magari erano citati per gli scandali ma non certo per la loro musica... Adesso è molto più semplice restare informati.
Ho letto da qualche parte che il tuo prossimo romanzo tratterà nuovamente di musica, per la prima volta dopo l’acclamatissimo “Alta Fedeltà” (“High Fidelity”, 1995). E’ vero e se lo è di cosa tratta?
Sì è vero, la musica ne farà parte. Infatti uno dei protagonisti sarà un musicista. Ma non voglio soffermarmi troppo sulla trama perché penso che scrivere si basi molto sull’autostima. Se adesso ti raccontassi la trama del libro e tu storcessi il naso... Be’, me ne tornerei a casa, magari inizierei a scrivere ma dopo un po’ mi chiederei: ma cosa diamine sto facendo...? Quindi per il momento non ti posso rivelare di più.
Mi ha sempre intrigato il modo in cui parli di Bob Dylan, in special modo su “31 Songs” (“31 canzoni”, 2003); l’impressione è che lo stimi ma senza riuscire ad appassionartici, e che ciò ti faccia quasi sentire in colpa...
Dylan mi piace...
Sì ma non ti appassiona... Allo stesso tempo sono rimasto sorpreso quando ho letto sul tuo blog che ti è piaciuto tantissimo “Io non sono qui” (“I’m Not There”), il film metaforico di Todd Haynes su Dylan, che in fondo è quanto di meno “hornbyiano” ci possa essere al mondo. Per conto mio, l’ho trovato assai pretenzioso e a tratti volutamente oscuro...
Be’, io ho pensato che fosse un modo molto intelligente di realizzare un film su un artista complicato. Dividere la sua psiche in sei/sette parti e cercare di esplorare queste parti... Be’, per me aveva senso ed è riuscito a coinvolgermi. Sono d’accordo con te comunque, io stesso sono rimasto sorpreso dal fatto che il film di Haynes mi sia piaciuto. Ma fin dalla primissima scena, quella con il ragazzino sul treno merci, ho pensato: questo film sarà incredibilmente bello... Magari non mi è piaciuta la parte con Richard Gere, quella è davvero pretenziosa e priva di plot. L’altro giorno stavo parlando con un tipo che ha lavorato sul film e mi ha spiegato la sua sensazione, che il problema della parte con Richard Gere è dovuto al fatto che si tratta di un tentativo di metafora, mentre tutto il resto funziona perché è un’interpretazione. Perché non è mai esistito un personaggio di Bob Dylan alla Billy The Kid, o meglio: c’è nella sua musica ma non nella sua vita. Posso capire che il pubblico abbia trovato frustrante questa porzione del film, un po’ come “Renaldo & Clara” (il film scritto e diretto da Bob Dylan uscito nel 1977, n.d.r.) che è inguardabile alla stessa maniera. Ma secondo me tutto il resto di “Io non sono qui” è davvero efficace.
Mah... forse il problema è che nello stesso periodo ho visto (il sottovalutato) “Across The Universe” di Julie Taymor, che usa in maniera molto efficace le canzoni dei Beatles per dare un’impressione di quella che è stata la rivoluzione dei Sixties. Quello è per davvero un film universale: lo puoi vedere anche se non sai nulla dei Beatles, se non conosci nulla degli anni Sessanta.
Be’, non puoi apprezzare “Io non sono qui” se non conosci Bob Dylan... Per me il bello di quel film è che rivela alcune parti di Dylan, presenta un suo lato confrontandolo con un altro suo lato... E alla fine illumina ciò che altrimenti resterebbe oscuro.
Quindi hai cambiato opinione su Dylan rispetto a quanto ne scrivesti su “31 canzoni”?
E’ come ho scritto sul mio blog, forse è una questione quasi “religiosa”, la paura che se magari divento vecchio senza che mi piaccia mi possa accadere qualcosa di brutto... ha ha ha... No, credo che mi abbiano aiutato le recenti ristampe delle sue vecchie cose, come la “Bootleg Series”. Ascoltare della nuova musica – o versioni differenti della musica che aveva fatto “all’epoca” – mi ha davvero aiutato ad apprezzarlo. Quel concerto alla Free Trade Hall di Manchester (Hornby si riferisce alla storica esibizione del 17 maggio 1966, pubblicata nel 1998 come “Volume 4” delle “Bootleg Series”, n.d.r.) per esempio, è fantastico. E anche il film di Scorsese “No Direction Home”, è elettrizzante. Così, ora ascolto Dylan molto più di quanto non abbia fatto in passato... Allo stesso tempo – per non contraddire totalmente quanto scritto su “31 canzoni” – ti confesso che a tutt’oggi potrei stilare una lista di 40 canzoni di Rod Stewart & The Faces e una parallela lista di 40 canzoni di Bob Dylan, e in tutt’onestà non saprei dire quale delle due è la mia preferita. Quello che credo sia cambiato nel mio rapporto con Dylan è il fatto che ho enormemente apprezzato tutte le opere artistiche da lui ispirate, come il film di Scorsese, o anche “Chronicles Vol.1”, la sua autobiografia, che è uno dei più bei libri recenti che ho letto... E sicuramente Rod Stewart non scriverà mai un libro come “Chronicles”!...
A proposito di Rod Stewart: da un punto di vista generazionale il tuo affetto per lui è perfettamente comprensibile, dato che tu eri un teenager quando i Faces erano al massimo della fama. Ho notato però che non citi mai o quasi mai un altro dei pesi massimi della “tua” epoca: David Bowie. Come mai?
Il motivo è che David Bowie è un artista “europeo” e io non ascolto musica “europea”. Non c’è molto r’n’b in quello che ha fatto, solo in “Young Americans” che è il disco che mi piace di più. Bowie ha subito un sacco di influenze dalla Francia, dalla Germania e anche da certi ambiti artistici americani... Io però ho la necessità di sentire le “radici” del rock’n’roll nella musica che ascolto, è una questione di gusti... Proprio la scorsa settimana stavo parlando con un amico che è un grandissimo fan di Bowie, e lui mi ha detto: Bowie ha fatto dieci-dodici album epocali, e di quanti altri artisti si può dire la stessa cosa? Io ho risposto che razionalmente posso capire che si tratta di album importantissimi, ma per me – solo per me - non hanno alcun significato. E comunque, certo, Bowie ha alle sue spalle una quantità di opere al livello di Dylan, ma alla fine devi comunque accettare che i gusti sono gusti. E’ anche vero che David Bowie fa parte della mia epoca, ma per me si è sempre trattato di scegliere: David Bowie contro Rod Stewart. Era la grande rivalità alla mia vecchia scuola. E calcola che Rod Stewart era molto legato al football, che naturalmente per me era molto importante...
Nel tuo ultimo libro di fiction, “Tutto per una ragazza” (“Slam”, 2008), il protagonista è Sam, un ragazzino di sedici anni che fai parlare in prima persona. Non è una modalità che ti crea delle limitazioni, dato che Sam – data l’età - non può certo possedere il tuo spirito e la tua arguzia...?
E’ capitato altre volte nella mia fiction, sicuramente in “Un ragazzo” (“About A Boy”, 1998) che è scritto in terza persona ma dal punto di vista del protagonista Marcus. E ci sono vari altri punti su “Non buttiamoci giù” (“A Long Way Down”, 2005)... Il fatto di usare tutte le frecce nel mio arco, be’, in un certo senso è una modalità che riservo ai miei libri di non-fiction... E secondo me, fra l’altro, il fatto di avere delle limitazioni aiuta la creatività.
Mi puoi confermare se l’idea alla base di “Slam” deriva da un fatto che ti è realmente accaduto quando eri un teenager come Sam e di cui avevi fatto menzione su “Febbre a 90 gradi” (Fever Pitch, 1992)?...
Francamente non ricordo di averne già scritto... Sto cercando di ricordare ma... Be’, certamente è qualcosa che mi è accaduto quando ero più giovane, ma me ne ero completamente dimenticato. Così non ho avuto l’impressione che fosse un’idea che mi era ronzata in testa per un po’. L’idea del libro comunque è stata più una reazione ad alcune cose che ho visto nel mio quartiere, dove ci sono un sacco di ragazzine adolescenti incinte o che spingono una carrozzina.
Ho letto sul tuo blog che stai chiudendo anche la sceneggiatura per un film, “An Education”...
E’ già finita. In effetti, abbiamo finito di girare il film un paio di settimane fa. “An Education” deriva da un breve racconto pubblicato sul Literary Magazine Granta, una sorta di memoria autobiografica di Lynn Barber, una giornalista molto famosa che racconta di quando era adolescente nel 1962 ed ebbe una relazione con un uomo più vecchio. Mia moglie è una produttrice cinematografica e quando ho letto il racconto le ho detto: dagli un’occhiata, dovresti cercare di assicurarti i diritti cinematografici. E quando lo ha letto, ha concordato con me. Quando ha iniziato a pensare alla sceneggiatura, mi ha chiesto chi pensavo potesse essere adatto. Io ho iniziato a diventare... geloso... e le ho detto: credo che piacerebbe a me scriverla. Ho sentito un rapporto molto profondo on il materiale, credo che ci siano alcuni elementi da romanzo di formazione, da bildungsroman, con cui mi sono identificato. Ed ero anche molto interessato al tempo e al luogo: la storia si svolge in Inghilterra, immediatamente prima dei Beatles, quindi si era ancora in quel dopoguerra in bianco e nero, quando tutto stava per cambiare. Mi è anche piaciuto quel tipo di tensione. E in un certo senso, è stato un “labour of love” da parte mia, perché ai nostri giorni nessuno vuole fare un film su una ragazzina che ha una storia nel 1962. Ci sono volute un sacco di discussioni e di riunioni di lavoro, e tantissime scritture e riscritture, ma alla fine siamo riusciti a farci finanziare...
Non ci sarà Orlando Bloom come era stato annunciato...?
No, non ci sarà Orlando Bloom. No, in effetti abbiamo avuto un’esperienza ridicola con Orlando Bloom. Non so perché a un certo punto ha detto che avrebbe fatto il film e non so perché poi ha detto che non lo avrebbe fatto... La protagonista femminile è una giovane bravissima attrice chiamata Carey Mulligan, poi ci sono anche Peter Sarsgaard, Alfred Molina, Olivia Williams e Rosamund Pike. La regia è di Lone Scherfig.
E’ la tua seconda sceneggiatura, vero?
E’ la seconda che viene realizzata (la prima è quella di “Febbre a 90°”, del 1997 diretto da David Evans, n.d.r.). Ne ho scritte diverse... Alcune le ho lasciate perdere, perché ho capito che non stavano andando da nessuna parte. Per altre ci sono stati problemi con gli studios... Il mondo del cinema per molti versi è un business ridicolo. Credo che chiunque tu sia, e qualsiasi sia il progetto, c’è sempre una possibilità del 10% che il film venga fatto. Per i libri invece i rischi sono molto minori e hai a che fare con persone molto più ragionevoli. Ma io sono molto attratto dall’aspetto della collaborazione tipica del cinema. Non mi piace lavorare per conto mio tutto il tempo, è questo che mi attrae dei film.
Tempo fa, nel chiudere la recensione del tuo “Polysillabic Spree”, espressi la convinzione che una tua raccolta di impressioni sul cinema e su Hollywood - un po’ nello stile del “dietro le quinte” di Charles Bukowski “Hollywood” (1989) - sarebbe spettacolare e tutto da leggere. Arriverà prima o poi un tuo libro di questo tipo?
Non sono al corrente del libro di Bukowski, ma cercherò di leggerlo... Per rispondere alla tua domanda: è difficile... C’è stato un periodo, circa due anni fa, in cui avevo iniziato a scrivere una specie di diario sulle mie esperienze a Hollywood. In quel periodo stavo scrivendo “An Education”, e poi stavo lavorando con persone che volevano adattare “How to Be Good”... e quasi tutti i giorni accadeva qualcosa con uno di questi individui. E così ho pensato che poteva essere interessante scrivere un diario di un paio di anni imperniato sul processo del film-making. Il fatto è che scrivere la verità è, se ci pensi bene, una cosa molto difficile. Perché devi prendere una decisione e chiederti se vuoi lavorare nuovamente nel mondo del cinema con qualcuna di queste persone... Ma era molto interessante, e ho anche cercato di trovare un modo di scriverne che non fosse passibile di denuncia. Il problema purtroppo è che non c’è: esiste solo il comportamento “buono” e il comportamento “cattivo”. Non esiste una zona grigia, almeno io non credo. Per quanto riguarda i libri che parlano di cinema, c’è un libro fantastico che è uscito due o tre mesi fa, chiamato “Scenes From A Revolution” di Mark Harris, e parla dei cinque film che furono nominati per “best picture” nel 1967, descrivendo ogni singolo passaggio, dall’idea iniziale fino alla cerimonia degli Oscar. Credo che sia anche meglio di “Easy Riders Raging Bulls” di Peter Biskind sul cinema dei primi anni ’70.
Per un artista ci sono due possibili strade: quella di Fellini e - fino a poco tempo fa - di Woody Allen, che sono rimasti basati in un luogo (Roma e New York rispettivamente) con cui sono poi stati identificati, e la strada degli Orwell e degli Hemingway, che hanno cambiato in continuazione scenario per ricavarne nuove ispirazioni. Fino ad ora mi pare che tu appartenga alla prima categoria, identificandoti appieno con la città di Londra, ma hai mai pensato di dare una sterzata e magari trasferirti in Europa o – chissà – negli States? In fondo il bello del mestiere dello scrittore è che lo puoi fare ovunque tu voglia...
Be’, questo nuovo libro a cui sto lavorando sarà ambientato in America e in un’altra parte dell’Inghilterra.
E’ la prima volta...
E sì, è una cosa grossa, e mi fa sentire alquanto libero... Ma credo che se uno cerca di scrivere ad un certo livello di dettaglio sulla vita di tutti i giorni, con le osservazioni che faccio io, allora devi stare molto attento se vuoi andare in un posto che non capisci... E credo che una delle cose tristi che è accaduta a Woody Allen, è che i suoi ultimi film ambientati a Londra sono stati terribili, anzi, praticamente inguardabili. Ha preso un sacco di cantonate, per esempio su “Match Point” i personaggi dicono un sacco di cose sbagliate con gli accenti sbagliati. E questa è una cosa che mi potrebbe preoccupare. Così, se dovessi mettermi a scrivere di qualche altro posto nella maniera più corretta, dovrei andarci a vivere per un po’ di tempo. E al momento mi risulta assai difficile dato che come ben sai – fra le altre cose – devo anche seguire l’Arsenal...
(Un grazie di cuore a Paola Avigdor della Guanda per la preziosa collaborazione ai fini dell'intervista)
Articolo del
11/08/2008 -
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