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Il festival indipendente ha paura di scomparire E’ la seconda giornata di concerti a Saint-Malo, quella più attesa, perché l’unico grande nome chiamato dagli organizzatori, disarmati davanti alle richieste dei gruppi più celebri e alle prese con un deficit da 200.000 euro, salirà sul palco prima di mezzanotte: i Sigur Ros, amati in Francia quanto in Italia, e richiestissimi ai festival estivi. In tre giorni, 30 formazioni diverse (tra dj, gruppi folk, pop, rock e electro) si esibiscono in tre palchi diversi: sulla spiaggia nel primo pomeriggio – quando la marea si ritira e davanti ai bastioni di Saint-Malo la sabbia guadagna terreni infiniti – poi al Palais du Grand Large, un auditorium con vista mare i cui concerti si accavallano con quelli – più movimentati – del Forte di Saint Père. Ed è forse per questo che alle 19, tra le mura della cittadella di Vauban, l’architetto militare prediletto di Luigi XIV, non c’era quasi nessuno. Colpisce l’età media avanzata di chi sta attorno, fedelissimi del festival, che di diciotto edizioni ne hanno visto almeno la metà. Come Patrice, 35 anni, di Rennes, che ricorda con un velo di malinconia il tutto esaurito dei Cure, nel 2005: “Ero volontario e aiutavo nell’organizzazione del festival. Conosco i problemi finanziari di chi vuole fare qualcosa di indipendente, mantenendo prezzi popolari per il pubblico. L’unico metodo è ora quello di portare sul palco gruppi poco conosciuti ma che fanno musica di grande qualità, e che sicuramente in futuro saranno apprezzati dal grande pubblico. Qui è successo con Pj Harvey e i Royksopp, ad esempio.” Alle 20, quando il frizzante rock del duo californiano No Age volge al termine, arrivano segnali di speranza: i giovani lasciano pian piano il campeggio alle spalle del forte e si mischiano ai quarantenni, due diciottenni venute da Poitiers srotolano una bandiera dell’Islanda e infine, nel cielo bianco-azzurro di Bretagna insolitamente avaro di pioggia, si levano mongolfiere colorate, scendendo poi a bassa quota per salutarci. Alle 20 e 35 tocca al pop-bricolage degli Why? – ben più famosi in Italia che in Francia - alle 22 gli elettrizzanti Notwist (per i tedeschi è un ritorno al festival dopo 6 anni) radunano finalmente un pubblico che si può stimare in migliaia.
23 e 30, Sigur Ros L’atmosfera al festival è gradevole, la gente è loquace, ci sono inglesi, scandinavi, perfino italiani: una banda di genovesi nostalgici dell’Arezzo Wave – “ormai in Italia un festival così non si può più fare”, dicono - che in Liguria si danno da fare tra centri sociali e case discografiche indipendenti. Ma in certi momenti è meglio stare soli: i Sigur Ros stanno per salire sul palco e io non voglio vivere l’esperienza con nessuno, loro sono come i Radiohead, non li si ama in compagnia. Cinque baldi giovani entrano in scena in fila indiana vestiti di bianco con tanto di bombetta, tre fanciulle vestite di veli ottocenteschi li seguono armate di violino, poi i quattro Sigur Ros. Il batterista ha una corona in testa. Jonsi, il cantante, è vestito di nero e sembra una creatura emersa dal ghiaccio. Nel primo pezzo, Svefn-G-Englar, il suo urlo di lamento, che sembra il Chiù dell’assiuolo, apre un viaggio tra stati d’animo altalenanti. Freddo, angoscia, sfoghi di liberazione, vita ritrovata, gioia immensa. E’ questo il motivo di un’orchestra ipnotizzante, che fa chiudere gli occhi e, una volta riaperti, fa venire un piacevole capogiro. Come quando, da bambini, si girava in tondo all’infinito per poi deambulare in una realtà deformata. In Ny Batteri gli omini in bianco prendono in mano gli ottoni, e malinconicamente precedono la catarsi scatenata dalla batteria di Orri e dall’arco di violoncello con cui Jonsi aggredisce la chitarra. La paura è scacciata, spazio ai pianoforti e alle tastiere, arriva la hit Hoppipolla, inno alla vita. Poi la sua naturale prosecuzione, Med Blodnasir, dove anche il pubblico partecipa al coro finale. E’ il prologo alla gioia, di Vid Spilum Endalaust, “Cantiamo senza fine”, che dà il titolo al nuovo album. Per magia, i palloni gonfiabili in fondo al palco da bianchi diventano colorati, luci coniche invadono la scena, nevicano coriandoli, gli omini in bombetta improvvisano balletti, il pubblico apre il cuore. Ma poi tornano l’angoscia e un nuovo sfogo in Saeglopur. E il silenzio, una dolce preghiera, forse per scacciare i fantasmi del malumore, con la lunga Festival, in cui Jomsi abbandona l’islandese per cantare in quella lingua primordiale, senza parole, che fa della sua voce un semplice strumento. Solo che Festival non è una semplice preghiera, si interrompe a metà e ci riporta improvvisamente alla gioia, con un climax ascendente di basso, batteria e soavi violini. Il cielo è di nuovo carico di neve, ed esplode con Inni Mer Syngur, la hit pop del momento: stavolta sono gli omini eleganti che sparano i coriandoli dal palco, uno di loro sventola una bandiera della Bretagna, è il momento in cui si è felici di essere al posto giusto al momento giusto. A nevicata seguono bufera, stridi di fantasmi, e una nuova preghiera per scacciarli, Hafsol. E’ efficace anche questa, perché segue l’allegra Gobbledigook, che inizia con un la-la-la degli omini riuniti in coro intorno al pianoforte. Un’altra dimostrazione del nuovo pop ritmato dei Sigur Ros, più terreno e meno etereo. Le tenebre chiudono però il pezzo bonus, la ballata Popplagid, l’unico tratto dall’album Untitled. Si attende un secondo bis, si ottiene un doppio inchino. Prima l’orchestra al completo, poi i quattro della band. Della mia egoistica esperienza rimane una sensazione di pace.
Lieto fine per La Route du Rock Il direttore del festival, François Floret, aveva annunciato l’obbiettivo necessario a coprire il deficit di bilancio perché La Route du Rock non si fermasse alla diciottesima edizione. Aveva detto che ci volevano 14.000 spettatori. Ebbene, nella prima serata piovosa erano 4.600 i paganti per il ritorno in Francia delle Breeders e gli show dei Do e dei Tindersticks. Nel giorno dei Sigur Ros, 5.200. La serata finale di sabato 16, animata dall’elettronica dei French Cowboy, il pop dei Girls In Hawaii e la dance inglese dei Ting Tings ha attirato 6.700 persone. In tutto 16.000 paganti, e obbiettivo raggiunto. Un milione di euro di incasso, più 400.000 garantiti da sponsor e enti locali. Un sospiro di sollievo, e la prova che gli appassionati torneranno alla Route du Rock anche senza i Cure.
Setlist Sigur Ros Svefn-g-englar Ny batteri Hoppipolla Med blodnasir Vid spilum endalaust Saeglopur Festival Inni mer syngur verlisingur Hafsol Gobbledigook ----- Popplagid
Articolo del
20/08/2008 -
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