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Dopo un’estate passata all’insegna dei festival, settembre segna l’inizio della nuova stagione e il ritorno a spazi chiusi. Una delle prime occasioni per riprendere le ostilità è stata la tappa italiana del fulmineo tour di presentazione dell’omonimo album d’esordio degli Scars On Broadway. La neonata band è composta da due dei membri dei System of a Down, Daron Malakian (voce/chitarra) e John Dolmayan (batteria), accompagnati da Danny Shamoun (tastiere/percussioni), Franky Perez (chitarra/cori), e Dominic Cifarelli (basso). Di questo esperimento (chiamiamolo così, anche se di sperimentale ha davvero poco) si parla dall’inizio dell’anno, l’album integrale è disponibile da poco più di un mese ma, nonostante una buona promozione, il forte richiamo dei due band leader e il supporto di Rock tv, non è bastato a riempiere il mediocre Rolling Stone. Sarà che la maggior parte della gente è ancora in ferie o ne sta smaltendo i postumi. In ogni caso, per quanto ci si sforzi, l’impatto non è dei migliori. Rimane comunque viva la speranza di passare una serata divertente e magari lasciarsi andare un po’. A fare da spalla ci sono i romani Belladonna che cedono il palco alle nove precise alla band californiana, accolta da un sano e genuino frastuono. Pochi ma buoni insomma. Fatti un paio di conti, album alla mano, non mi aspetto grandi cose e nemmeno un concerto torrenziale. Dopo i primi tre pezzi però comincia a sorgermi qualche dubbio, sia sull’effettivo valore dei pezzi suonati, che sul live stesso. La band è carica, non c’è che dire, ma sono dell’opinione che uno dei motivi fondamentali per cui si tenta un progetto solista sia quello di fare qualcosa di più personale, se non diverso. I pezzi che gli Scars On Broadway hanno in scaletta sono costruiti su una struttura che bene o male li accomuna tutti. La differenza tra uno e l’altro è molto sottile. Il termine ripetitivi calza a pennello. La somiglianza con i System inoltre è più che palese e un pelino deprimente. A cosa serve copiarsi in questo modo senza innovarsi almeno un minimo? Ecco allora spuntare qui e la una tastiera di troppo e qualche effettaccio di riverbero stile tardi anni ottanta. C’è comunque una discreta energia e questo non lo si può negare, nonostante il regime di comunicazione zero vigente tra band e pubblico. Il set non ha pause, i pezzi partono uno dietro l’altro senza interruzione e mi chiedo quanto possa durare. C’è chi canta sui brani più noti (guarda caso quelli reperibili sul Myspace): World Long Gone, Chemicals e They Say, il primo singolo estratto dall’album. Non c’è però il tempo di acclimatarsi che, signori e signore, all’alba delle nove e quaranta la band saluta e se ne va. Quaranta minuti scarsi di concerto, tirati al limite a causa di chissà quale fretta. Pochi saluti, un paio di plettri e bacchette lanciate e arrivederci e grazie. Il Rolling Stone si svuota in fretta (vista la poca affluenza non c’è da stupirsi) e ci si ritrova, ancora prima che scocchino le dieci, già liberi di tornarcene a casa. D’accordo che la band ha un solo album all’attivo, ma 40 minuti non sono nemmeno vicini alla sufficienza. Voglio dire, i Foals se ne sono andati dopo 45' chiedendo scusa e i Vampire Weekend hanno tenuto per quasi un’ora (di ottima qualità peraltro) facendo comunque notare che con un solo album tanto di più non si può fare. Grande delusione quindi, che amplifica esponenzialmente i difetti di una band che evidentemente ha ben poco da dire e lo fa molto in fretta, orfana di un pizzico di genialità che forse solo Tankian sa regalare senza la pretesa di offrirsi come novità. C’è puzza di ripicca, di voler dimostrare di saperci fare anche senza il fuoriclasse. Questa volta però la classe operaia non ha saputo volare in paradiso, anzi, non ha volato affatto. Bocciati in pieno.
Articolo del
04/09/2008 -
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