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La morte del frontman, spessissimo, segna la fine di una band. O, comunque, ne segna la fine della vera anima. Certo, poi non mancano casi di sostituzioni e di rimpasti, ma raramente questi tentativi hanno aggiunto qualcosa al valore ed alla storia di un gruppo. Così, quando, per prepararmi un pò alla serata che mi aspettava, ho guardato diversi spezzoni del concerto che i Blind Melon tennero a Woodstock nel 1994, ho sinceramente avuto dei dubbi. Di fronte alla carismatica presenza ed alla folle performance di Shannon Hoon non ho potuto fare a meno di chiedermi se i nuovi Blind Melon sarebbero stati all’altezza. La risposta - per me e, credo, per tutto il non numerosissimo ma davvero caloroso pubblico del Rolling Stone di Milano - è un deciso SI'. Vuoi perchè i quattro altri componenti della band sono gli stessi della prima vita del gruppo e suonano davvero bene. Vuoi perchè Travis Warren, il nuovo cantante, con questa band sembra trovarsi (e la band con lui) davvero a proprio agio. E vuoi per l’ottima scelta di andare in tour solo una volta ultimata la lavorazione del nuovo disco, “For My Friends”, e quindi di non limitarsi a riproporre quello che è stato ma di cercare di portare avanti un qualcosa di più.
I Blind Melon si sono presentati sul palco quasi in perfetto orario, anticipando anche l’arrivo degli ultimi spettatori poco abituati, nei concerti, alla puntualità. E, da subito, hanno fatto capire di avere una gran voglia di suonare facendo spuntare, tra le facce un pò indurite d’ordinanza, sorrisi larghissimi e cercando più volte il contatto con la gente, chi a parole, chi regalando decine di plettri e un’armonica, chi stringendo tutte le mani delle prime file. Sulla musica, poi, niente da dire. Sembra non siano passati dodici anni dal loro ultimo tour. Un rock vario, che convince allo stesso modo sia nelle tracce più energiche ed elettriche, come “Soak The Sin” e “Galaxie”, sia nei momenti più intimisti e melodici affidati alla chitarra acustica, all’armonica ed al mandolino, come la splendida “Change”. Il tutto impreziosito da lunghi passaggi strumentali in cui soprattutto i due chitarristi Cristopher Thorn e Roger Stevens hanno dato sfoggio delle loro notevoli doti di improvvisazione. Una ventina le tracce proposte. Dagli album dell’era Hoon sono state tratte, fra le altre, l’iniziale “2 x 4”, “I Wonder”, “Soup”, “No Rain”, “Drive”, “Skinned” e “Sleepyhouse”. Dal primo album dell’era Warren, invece, “For My Friends”, “Hypnotize” ed il primo singolo, molto bello, “Wishing Well”.
Alla fine, un lungo abbraccio (non solo ideale) con il pubblico. Pubblico praticamente tutto over 30. Persone che, quindi, i Blind Melon li avevano scoperti e li ascoltavano quindici anni fa. Ma forse, al prossimo concerto italiano, ci sarà anche qualcuno che avrà conosciuto questo gruppo grazie a pezzi come “Wishing Well”. Se lo meriterebbero.
Articolo del
12/09/2008 -
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