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Con gli Stati Uniti è quasi impossibile rimanere indifferenti. Anche chi non ha mai attraversato l’Atlantico, per sentito dire, per principio o per politica, ne ha quasi sempre un’idea. Che, a volte, non è troppo positiva. Chi invece ne conosce le città, i paesaggi, le strade e lo spirito difficilmente riesce a non tornarci.
Così, quest’anno, a due anni di distanza dall’ultimo road trip americano, ho percorso altre 2000 miglia sulle strade della costa Est. Tentando anche di trovare qualche spunto a livello musicale.
Che li si apprezzi o no, quello che è indiscutibile è che gli Stati Uniti siano un paese in cui non mancano le contraddizioni. Alcune più serie, come il passaggio dalle luci e dalla follia di Las Vegas alla semplicità ed alla desolazione di molti dei gruppi di case e di fast food che si incontrano in quasi tutti gli Stati del centro e del sud. Oppure la sensazione di disagio che ti lascia nella gola camminare di notte per le vie di una città bellissima come San Francisco quasi accerchiato dalle decine e decine di senza tetto senza magari neanche un nome. Altre più stupide, ma che danno l’idea, credo, della particolarità della mentalità della sua gente. Qualche esempio. La sicurezza dei propri cittadini è un must per tutti i governatori americani. Di una parte politica e dell’altra. Così, se in un qualsiasi bar si chiede una vodka tonic, viene servito un misurino e non una goccia di più di vodka ed un bicchierone di tonic. Sennò, si rischia di diventare ubriachi e pericolosi. Ma se nello stesso qualunque bar si chiede una vodka on the rocks, allora liberi tutti. Viene servito un bicchiere pieno fino all’orlo di vodka con un paio di cubetti di ghiaccio. Così mica ci si ubriaca. Oppure: se non si rispetta uno stop inutile, anche se si vede benissimo che non c’è nessuno in giro, si rischia una signora multa e se va male anche di dover comparire davanti ad un giudice. In macchina, non si scherza. Ma poi, se si è in sella ad una moto da 150 cavalli, si può tranquillamente guidare senza casco e farsi davvero male alla prima scivolata.
Come è complicata la società e la testa americana, così ne è complessa la vita musicale. Che in certi momenti conquista e subito dopo delude.
Boston è la città più europea degli Stati Uniti e sicuramente una delle più belle. In mezzo ai grattacieli convivono numerosi ricordi di un passato - per gli standard americani - lontano e moltissime sono le vie, le case e, in generale, le atmosfere prettamente inglesi. La musica poi, in un attimo, ti riporta negli Stati Uniti. Il negozio di dischi di fianco all’albergo, dove progettavo di passare una buona mezz’ora alla ricerca magari di “Abbey Road” e “Urban Hymns”, si chiama Hip Hop Underground e offre solo album di rapper mai sentiti. Poco dopo, un gruppo di breakdancers con tanto di divisa ufficiale e bimbo prodigio (e atteggiatissimo) fa numeri incredibili nella piazza del vecchio mercato. Concludendo lo spettacolo con uno scherzoso (spero) se ora tutti ci date qualcosa nessuno si farà del male. Qualche passo ancora, e un rapper mi ferma per vendermi il suo lavoro d’esordio. Insomma, hip hop ovunque. La sera, la situazione migliora un po'. Nei vari pub all’esterno di Fenway Park, lo stadio di baseball dei Red Sox, mentre viene proiettata su tutte le pareti la sentitissima trasferta con gli Yankees, si ascolta anche della buona musica. Soprattutto di artisti americani, spesso vecchi classici come le varie “Crazy” e “Cryin” degli Aerosmith, ma sempre buona musica. Poi la notte, nei club, purtroppo, si ritorna all’hip hop e all’r’n'b.
Cape Cod è una penisola di un centinaio di chilometri che si trova un’ora a sud di Boston. Case, motel e ristoranti di pesce sparsi nel verde, qualche paese più o meno piccolo e moltissime barche che si avventurano nelle vicine isole e nella baia. Un gran bel posto. E questo lo diceva già la guida. Quello che la guida diceva solo molto fra le righe è che Provincetown, il paese proprio sulla punta alla penisola, fra dune di sabbia splendide, gallerie d’arte, porto e localini, è il paradiso dei gay di tutti gli Stati Uniti. Lo si capisce dopo dieci passi nelle vie del centro. E lo si capisce anche dalla musica. Il bar della piscina dove passiamo un paio d’ore mette a tutto volume le varie “I Will Survive” e “Can’t Take My Eyes Off Of You”. Poi, al terzo bed & breakfast in cui ci venivano proposte, fra ammiccamenti vari, sempre stanze non dotate di chiavi, decidiamo per il ritiro verso Hyannis, il paese ed il porto principale di Cape Cod. A Hyannis, oltre a musei e monumenti dedicati a J.F. Kennedy che qui passava le sue estati in famiglia, c’è anche una strada piena di negozi, ristoranti e pub. Anche se è domenica, c’è vita. Giriamo un paio di posti. In tutti e due, musica dal vivo. Al Boo’s, reggae. Al Bbc, rock commerciale e non troppo ben suonato. Quando poi la mattina dopo trovo un negozio di cd usati, sarebbe da starci parecchio. Non costano nulla. Peccato solo non abbiano granché di artisti inglesi. Comunque, almeno “Wish” dei Cure lo prendo.
Dopo aver attraversato gli altri stati del New England, passando da Newport e scavalcando su spettacolari ponti le tante baie ed insenature della zona, dopo essere entrati trionfalmente (e guardati piuttosto male un po’ da tutti) a Manhattan sulle note di “Time For Heroes” dei Libertines, abbiamo puntato verso Atlantic City, nel New Jersey. La Las Vegas della costa Est. Alberghi enormi con al loro interno casinò, ristoranti, pub, teatri, cinema e negozi. Fuori, una spiaggia di quattro chilometri, qualche brutta faccia e decine di cash for gold pronti a raccogliere tutti quelli che, disperati, si vogliono giocare ai tavoli verdi pure l’orologio d’oro o la fede nuziale. Un posto, comunque, divertente. Soprattutto se impreziosito da un 26 pieno con tanto di puntata anche sul nero ed il pari e con una serata nella discoteca a bordo piscina dell’hotel Harra’s rovinata solo dall’inevitabile musica r’n’b. Da Atlantic City, poi, me ne vado con un’idea. Se mai in un’altra vita avessi bisogno di un batterista, il posto giusto dove cercarlo sarebbe proprio qui. Sul lungomare, infatti, si incontrano ogni momento gruppi di bambini di colore che suonano batterie artigianali formate da qualche pezzo originale e da bidoni e scatole di ogni tipo. Il risultato, spesso, è solo un gran casino. Altre volte, invece, sono delle combinazioni di suoni suggestive. Per far sentire che, in mezzo alle luci ed alle torri, ci sono anche loro.
La parte centrale del viaggio era quella in cui avevamo immaginato meno soste. Qualche ora a Philadelphia. Un passaggio quasi da record di velocità a Washington per le foto minime ed indispensabili. Poi giù verso la Florida. In mezzo, Virginia, Carolina del Nord e del sud, Georgia. Gli Stati, insieme ai vicini Tennesse, Louisiana, Mississippi e Alabama, della Guerra di Secessione. Quelli dei bianchi ricchi possidenti e dei neri nei campi. Ma anche gli Stati dove è nato molto del meglio della musica americana: Memphis, Nashville, Charleston, New Orleans e Atlanta, sono infatti tutte in zona. Così, i due giorni spesi sui circa mille chilometri che ci separavano dal confine con la Florida, attraversando il fascino malinconico dei boschi e dei campi sempre uguali di queste terre ed entrando qua e là nei paesi poco abituati a vedere ospiti stranieri, vivono essenzialmente di musica. Fissi su radio Nashville 11, viaggiamo per ore con canzoni country mai sentite prima. Ed in quelle strade, davvero, ci sembra la cosa più naturale del mondo.
Certo, anche il fatto che alla radio non ci sia praticamente mai una pubblicità aiuta. Poi dipende da stazione a stazione. Nashville 11, come dice nei suoi rarissimi interventi lo speaker, è that’s where country is. Ha un suo perché. Xm 20, invece, che abbiamo scoperto in Florida, è una radio senza senso. Venti canzoni estive senza interruzioni. Alcune anche belle, come “I’m Yours” di Jason Mraz od il tormentone “All Summer Long” di Kid Rock. E fin qui va benissimo. Poi, le stesse venti canzoni nello stesso ordine. E poi ancora, ancora e ancora. Per dieci giorni, ininterrottamente e senza la minima variazione. Inascoltabile per più di due ore ogni tanto.
Prima tappa in Florida, Daytona Beach. Città dell’autodromo forse più famoso degli Stati Uniti. Ma anche città con una spiaggia lunghissima resa unica dalla brillante idea di usarla come una strada. La gente entra in spiaggia in macchina, posteggia, apre il baule e tira fuori mezza casa per sistemarsi sulla sabbia. Tavoli, sedie, frigo, stereo, ombrelloni, persino aquiloni enormi, qualsiasi cosa. Proprio a Daytona Beach ha cominciato a farsi viva la tempesta tropicale Fay. Tutte le televisioni ne parlavano da giorni. Servizi speciali ogni cinque minuti sui movimenti delle nuvole e sulla forza dei venti. Super esperti in azione. Da far venire ansia a chiunque. In spiaggia, preannunciata da nuvole di un nero quasi notte, è arrivata la pioggia tropicale. Ci siamo chiusi in un negozio per surfisti. Uno si aspetta musica allegra, da spiaggia, o gruppi tipo Simple Plan o giù di lì. Invece, nel negozio per surfisti, si ascoltano i Radiohead, “High And Dry”. Meglio così.
La pioggia va a sprazzi. Il tempo cambia ogni 10 minuti e Fay è in arrivo da sud. Andare a nord non se ne parla. Contando che le nuvole coprono più o meno quattrocento chilometri e si muovono con una certa calma, staremmo in ballo per giorni. Puntiamo a sud. Gli andiamo incontro e gli passiamo oltre. Questa l’idea, e puntiamo verso Miami. All’inizio, sembrava quasi un’idea intelligente. Poi, quando la pioggia è diventata un muro e quando guidare è diventato uno slalom fra i pezzi di palme, è sembrata un po’ più stupida e anche un po’ pericolosa. Finché c’è luce e anche un attimo dopo, comunque, avanziamo lentamente. Dopo una notte chiusi in albergo ed un paio d’ore di macchina saltando da un’isola all’altra sui ponti della 1, la strada di una bellezza unica che lega le isole Keys alla terraferma lanciandosi per quasi duecento chilometri in mezzo al Golfo del Messico, entriamo a Key West, l’ultima delle isole Keys. A 150 chilometri da Cuba. Fay, intanto, si è allontanato verso Orlando.
Key West è un posto splendido. Bella spiaggia, mare caldo, possibilità di fare escursioni nelle altre isole lì intorno ed un paese con un’atmosfera speciale. Tutto, più o meno, è su Duvall Street. Ristoranti, negozi, baracchini seminascosti fra un edificio e l’altro che vendono sigari e baretti di ogni tipo. Ovunque, dal pomeriggio in poi, musica. Dai chitarristi acustici degli irish pub che vanno avanti per ore ai gruppi che fanno vecchi classici nei ristoranti. Da un gruppo di neri che passa con disinvoltura dal rock anni ’60 e dal blues ad “Angel” di Shaggy fino ai tanti che racimolano qualche moneta per strada con in mano una chitarra. Niente albergoni e discoteche. Ma un posto vivo come pochi altri.
Ultima tappa, Miami Beach. Qui, invece, oltre alla spiaggia ed al mare temperatura vasca, ci sono quasi solo albergoni e discoteche. Ma nonostante tutti i locali, i posti dove la gente di Miami dà il peggio (o il meglio) sono la spiaggia e la strada che la costeggia per i primi quindici isolati, Ocean Drive. Sulla spiaggia, affollatissima, in mezzo ai tanti italiani, gli americani si distinguono per l’attrezzatura. Ovviamente più ridotta di quella che si possono permettere arrivando in macchina a Daytona, ma comunque consistente. Come minimo comprende sedia da campeggio, telo gigante su cui appoggiare i piedi, frigo, e radio appoggiata sul frigo. Il problema è che, mediamente, ogni persona è alla portata di tre o quattro radio diverse. Tutti ascoltano da “American Boy” e “Closer” in giù. Tutti avrebbero più o meno gli stessi gusti. Ma, come in lotta per il territorio, nessuno per principio ascolta nello stesso momento la stessa canzone degli altri. Piuttosto la va a cercare dieci minuti dopo. E, come per stabilire chi sia il più forte, cercano di sovrastarsi alzando il volume sempre di più. Inascoltabile. Quando poi ci si sposta di quei cento metri fino ad Ocean Drive, si incontra veramente ogni genere di fuori di testa. Dal gruppo di motociclisti induritissimi con elmi greci e piume al posto dei caschi che passa sgasando davanti ai ristoranti dieci volte nel giro di un quarto d’ora fino ai due ragazzi che si arrampicano in un attimo sulle palme e, appesi ai rami, prendono a calci i cocchi per farli cadere e venderne il latte alla gente che li guarda preoccupatissima. Da uno che, su una macchina con una marmitta improponibile, simula partenze da Formula 1 e due metri dopo inchioda spegnendo il motore, poi riaccende e fa la stessa scena ad oltranza bloccando il traffico dietro di lui, fino al nero che, con il figlio piccolo in braccio, entra all’improvviso fra i tavoli di un bar all’aperto sciorinando un rap incazzatissimo e poi cerca di piazzare (riuscendoci) un suo demo artigianale.
La sera poi, a Miami Beach, c’è un po’ di tutto. Ovviamente, non mancano i locali in cui si suona solo o quasi hip hop. E sono tutti strapieni di gente. Ma, almeno qui, a qualcuno nelle discoteche piace anche altra musica ed anche della bella house. Tornando in albergo ogni sera, però, mi resta in testa dell’altro. Su Lincoln Road, la via pedonale dove si concentra il maggior numero di ristoranti, echeggia il blues distorto di una vecchia chitarra conciata piuttosto male. C’è alle dieci, quando la gente esce a cena e magari qualche dollaro per terra lo lascia. E c’è la mattina alle quattro, quando da lì ormai non passa più nessuno da ore. Ma fa niente. E’ il blues. Tristissimo. Intenso. E difficile da dimenticare.
Articolo del
25/09/2008 -
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