|
A tarda sera, preceduti dagli infernali Torche, un gruppo americano a dir poco selvaggio, che ha eletto il caos a ragione di vita, e che presenta dal vivo brani tratti da “Neanderthal”, salgono sul palco i tanto attesi Pelican, dal Canada. Entrambi i gruppi appartengono all’Hydra Head Records, un’etichetta che ha di certo il grande merito di supportare e di diffondere il verbo dell’indie metal di ultima generazione. Il concerto dei Pelican però non inizia subito, infatti il quartetto composto dal geniale chitarrista Laurent Schroeder-Lebec, da Larry e da Bryan Herweg e da Trevor De Brauw, non ha avuto il tempo per effettuare il soundcheck e allora la band si mette al lavoro sul momento, mentre nel frattempo diventa notte. Dopo aver sistemato e regolato i volumi delle chitarre e del basso, e dopo aver effettuato delle prove, i Pelican chiedono scusa per il ritardo ad un pubblico che è diventato più folto, certo, ma anche più impaziente, e danno inizio al concerto. Ci siamo sempre chiesti in passato come poteva rendere dal vivo il “metal sinfonico” e soltanto strumentale dei Pelican, e pochi secondi dopo abbiamo una degna risposta! La mezzanotte è passata di quaranta minuti quando un rullare violento di tamburi introduce il suono ventrale della chitarra basso fino al momento in cui entrano in scena le due chitarre e convogliano un diluvio di note su quanti avevano resistito fino ad allora! Che botta, ragazzi! Una musica forte e drammatica, di grande valenza epica, si abbatte su di noi e a brani come “Spaceship Broken”, “Dead Between The Walls” e “Bliss In Concrete”, tratti da “City Of Echoes” l’ultimo cd pubblicato dalla band, si aggiungono ben presto melodie più conosciute ma altrettanto potenti come “Last Day Of Winter”, “Autumn In The Summer”, “Aurora Borealis” e “March To The Sea”. Beh, lo avete capito dai titoli, l’approccio alternative metal dei Pelican, così roboante e complesso, prende spunto da tematiche tutte collegate alla Natura ed al Cosmo, di cui vogliono riprodurre tanto la forza quanto il fragore. Le loro composizioni sono lunghi inni strumentali attenti però a non perdere mai di vista le tracce armoniche che costituiscono la guida ideale di ogni loro performance. La musica dei Pelican trascende i limiti dello spazio e del tempo, rifiuta qualsiasi imposizione che possa essere determinata dall’obbligo di inserire una sezione vocale in un brano. Perché? A che serve? E’ così strettamente necessario? Ad ascoltare quanto abbiamo di fronte, credo proprio di no. Laurent Lebec e gli altri sanno essere ora melodici ora brutali, forse è proprio per questo che la loro musica ci ispira una certa soggezione. Ogni composizione ha una valenza cinematica, scorre via, fluisce liberamente lungo un sentiero di pesantezza glaciale. E’ musica dura, pura e inevitabile, sì proprio come una tempesta boreale, come una catastrofe naturale. E’ il risultato di un processo lungo e attento al dettaglio che gli stessi Pelican definiscono “trionfante”!!! Sono molte le somiglianze con le sonorità e la voglia di sperimentare propria di gruppi come God Speed You Black Emperor! Il concerto si conclude con la nostra mente che vaga attonita, che si perde, in un ronzio astrale, a tratti inquietante, che è insieme il segnale della fine dell’era underground e quello del passaggio ad una nuova fase, caratterizzata dal recupero in una veste nuova di un suono forgiato dal metallo!!
Articolo del
06/10/2008 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
|