|
La gremitissima sala Teatro Studio ospita John De Leo e la sua band. Sebbene “Vago Svanendo” non mi avesse convinto del tutto, a causa della sua frammentarietà e discontinuità, ho deciso di vedere De Leo dal vivo e vi assicuro che è tutt’altra cosa. Dopo una piccola e intensa introduzione strumentale, ecco arrivare sul palco John accolto caldamente dagli applausi del pubblico. Il suo show, se non fosse per la presenza degli altri musicisti, potrebbe essere scambiato facilmente per una clinic sull’uso della voce come strumento aggiunto. Non sembra esistere angolo remoto delle corde vocali che De Leo non abbia esplorato minuziosamente. Per fortuna appare chiaro che neanche per un attimo, in nessuno dei presenti credo, sia balenata l’idea che John sia stato anche per un solo momento auto-celebrativo o ampolloso. Le canzoni filano via fra improvvisazione, jazz, passaggi trasversali nello swing e salti nella sperimentazione, mondo amatissimo da De Leo. Il suo è un continuo curiosare nei meandri più reconditi dell’ugola e delle corde vocali, nell’uso innovativo dell’estensione, nelle policromatiche tonalità, nei gorgheggi e ghirighori armonici capaci di stordire e meravigliare chiunque lo ascolti. La scaletta varia da “Vago Svanendo” a “Tilt”, recuperando vecchie glorie come “Precipitando”, per la gioia di chi non ha mai dimenticato i Quintorigo. La band che lo accompagna fornisce il suo contributo accentando i ritmi, irrobustiti da un intreccio fra chitarre acustiche ed elettriche. Gli strumenti vengono quasi percossi, con una tecnica ibrida fra hammer on e slapping sulle due chitarre. I fiati, delicati e mai invadenti, disegnano traiettorie in rotta di collisione con le incursioni armoniche di John, capace di spaziare dalle tonalità più gravi a quelle più alte, quasi irraggiungibili per un uomo. Davvero incredibile il suo modo di far risuonare la cassa toracica come un didgeridoo, producendo così suoni - quasi - “cacofonici”. Due le cover proposte: una straordinaria “Big Stuff”, basata su stabili fondamenta jazz ma dall’anima psichedelica/progressiva, e “Stormy Weather” durante la quale il crescendo strumentale è tanto intenso da togliere il fiato ai presenti. Ma John non ha ancora finito di stupire. Si produce in una divertentisssima parodia della musica moderna, definita dai critici come “colta”. Assumendo le vesti del cabarettista, cosa peraltro molto ben riuscita, posiziona sul palco una corposa serie di strumenti giocattolo, da chitarrine e microfoni di plastica a batteria in miniatura, per l’esecuzione dell’irresistibile “Bambino Marrone”.
Eclettico, a tratti folle, sregolato e molto simpatico, John De Leo ha qualcosa che lo accomuna a Mike Patton, non me ne vogliate per questo!! Sono ben tre le volte che il pubblico lo richiama insistentemente sul palco. Fra gli applausi e una timida, ma mal riuscita, standing ovation, non si deve attendere molto per vederlo materializzarsi ancora dal buio, fornito di un sorriso sornione e che più paraculo non si può. John e soci sanno di aver fatto presa sul pubblico romano, Nelle successive quattro takes, la voce passa attraverso i filtri di una loop e svariate diavolerie elettroniche, subisce modulazioni, viene distorta e replicata con vari cambi di registro, tali da creare un’orchestra multicolore, ma con un unico e sapiente direttore e maestro della voce. Sulle tracce di Demetrio Stratos, ma con un occhio puntato verso il futuro, De Leo, alchemico sperimentatore, lascia il palco “vago” e lentamente “svanendo”, mentre la seconda standing ovation pone il sigillo su questo trascinante live. Un’esibizione titanica, dimostrazione che ci si può avvicinare alla divinità pur rimanendo umani.
Articolo del
07/10/2008 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
|