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Unica data nel nord Italia a Brescia per i Pelican, una delle band più significative del panorama post rock sponda metal. Latte+ gremito e successo decretato già prima dell’inizio del concerto. La band di Chicago è in tour per la promozione dl terzo album in studio, City of Echoes, un tour nutritissimo di date in Europa e nel resto del mondo. La data dunque promette fuoco e fiamme, visto anche il nome della spalla, i violentissimi Torche. L’approccio al concerto per quanto mi riguarda è dei migliori. Dopo gli Isis, passati questa primavera sempre al Latte+ e prima dei Mogwai tra qualche settimana, la serata da passare in compagnia dei Pelican rientra a pieno titolo tra quelle da non perdere.
I Torche iniziano a scaldare i timpani alla platea verso le undici per poi cedere il palco all’attrazione del giorno. Un inizio da capelli lunghi e smetallate poderose. Si deve far riposare la testa obbligatoriamente prima di ributtarsi nella mischia. Trovo facilmente posto in prima fila qualche minuto prima dell’inizio del set. La band sistema gli strumenti, soundcheck con qualche problema e la macchina del fumo che lavora a pieno regime. Laurent Schroeder-Lebec, Trevor de Brauw, Bryan Herweg e Larry Herweg sono i Pelican e,. come indicato all’interno del packaging dell’ultimo album, lo saranno per sempre. Ragazzi sul palco uguali in tutto e per tutto a uno qualsiasi di quelli in platea. Sensazione strana di vicinanza, comunione, affetto indiscriminato. Sensazione che cresce a dismisura dal momento in cui i quattro cominciano a darsi da fare. Pezzi lunghi, interminabili, di forte impatto. La violenza della batteria e della chitarra che urla, interrotta solo da lampi di forte respiro epico, spadroneggia sul palco generando un muro sonoro compatto e forte, in grado di far perdere il senso del tempo e portare il semplice ascolto su più alti livelli di partecipazione. E non parlo solo di dondolare al ritmo cadenzato della batteria o muovere la testa come dei mormoni impazziti. Bisogna entrare nel clima di un mondo completamente strumentale dove la mancanza della voce è compensata dalla quantità di immagini che la musica di questo livello sa creare in testa. Le parole dette sono molto poche, giusto qualche ringraziamento e la preghiera di acquistare qualcosa dal banco del merchandising, visto che la data di Roma ha portato in dote il furto dei passaporti e di buona parte del budget. Aumenta il coinvolgimento e per quanto si scusino per l’umore triste e sbattuto, la prova della band di Chicago è maiuscola e si concentra tutta in un finale interminabile e sentito al massimo. Fari spenti e testa bassa, fino a che si può si va avanti. Un’ora e un quarto nel nostro caso. C’è di che essere soddisfatti.
Al termine si smobilita. I quattro, come una band locale qualsiasi, smontano gli ampli e aiutano a caricare sul furgone nero parcheggiato sul retro. Li raggiungo superando la folla, trovandoli con in mano una birra scherzando appoggiati al muro esterno. Mentre dentro è partito il dj set e la gente si fa prendere da Queen Of The Stone Age e compagnia bella, scambiamo due parole veloci, qualche complimento e un paio di pacche sulle spalle. Si parla come tra amici, si gioca e ci si lascia con un ciao, lontani anni luce dalla ribalta di gruppi troppo snob per scendere a stringerti la mano. In questo mondo, nel loro mondo è ancora tutto possibile. E a sentirli parlare, lo sarà ancora a lungo.
Setlist: Dead Between the Walls Lost in the Headlights Embedding the Moss City of Echoes Sirius Inch Above Sand Last Day of Winter
The Woods
Articolo del
10/10/2008 -
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