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Evento inatteso (con soli 10 giorni di preavviso), e per questo ancor più benvenuto, quello che sabato ha visto i Cure di ritorno nella Capitale a soli sette mesi e mezzo di distanza dall’ultima esibizione al PalaLottomatica. Il motivo: svelare al mondo in diretta tv planetaria il prossimo, 13° album di studio “4:13 Dream” a pochi giorni dall’annunciata uscita, di fronte a un pubblico accorso a frotte causa il weekend, la gratuità dell’occasione e l’appeal transgenerazionale della band fronteggiata da Robert Smith, divenuta in trent’anni di onoratissima carriera una sorta di istituzione del rock – per così dire – “di qualità”. Come sempre più spesso accade, a curare l’organizzazione della serata è stata chiamata la nostrana MTV, per l’occasione in collaborazione con la Coca Cola. E – comunque la pensiate – la macchina organizzativa messa in campo da due potenze finanziarie come Viacom e Coca Cola Company è stata di una assoluta perfezione, sia dal punto di vista della pulizia del suono che della tempistica tra esibizioni, interviste e small talk, che – anche - dell’accoglienza di una fitta variegata armata di membri di stampa e tv, vip e imbucati (tanti!) in un’area riservata dotata di ogni comfort immaginabile in cui ovviamente scorreva Coca Cola a fiumi.
L’unico appunto da poter fare a Mister Campo Dell’Orto (patron di MTV) e ai suoi collaboratori riguarda la scelta degli artisti affiancati alla band principe dell’alternative sound: più che mai incongrui ci sono infatti sembrati Giuliano Palma, gli Zero Assoluto, Marracash e finanche John Legend, dignitoso moderno soulman ma quanto di più distante dalle morbose atmosfere gotiche propagate dagli artefici di album quali “Pornography” e “Disintegration”.
Nei Cure che si sono presentati con svizzera puntualità sul palco (e davanti alle telecamere) alle 23.01, oltre naturalmente a Robert Smith - e al batterista Jason Cooper arruolato fin dal ’95 – c’erano ben due membri storici seppur a intermittenza della band quali il calvo e tatuatissimo chitarrista Porl Thompson e il bassista Simon Gallup, uno che porta talmente bene il suo attuale look alla “Elvis ’68” da far pensare che abbia stretto un patto alla Dorian Gray. Patto da cui, al contrario, deve essersi astenuto il quasi cinquantenne Smith, apparso fin troppo grasso e bolso, più simile ad una truccatissima matrona romana che a una rockstar di livello internazionale. Mero dettaglio, però, per l'affettuoso e goticissimo pubblico della Piazza, che a tutt’oggi continua a manifestare una totale adorazione per il solo e unico Robert (o meglio: “Roberto”) Smith.
La prima parte del concerto, come previsto, è stata dedicata all’esecuzione in perfetto ordine di scaletta di “4:13 Dream”: un’idea presa in prestito da David Bowie che nel 2003 eseguì in anteprima i brani del disco "Reality" in diretta via satellite dai Riverside Studios di Londra nel corso di uno spettacolo che fu visto in alcuni cinema in tutto il mondo. Ma mentre allora si trattò di un mini-concerto di fronte ad un pubblico selezionato, stavolta i Cure hanno scelto l’opzione di una piazza dove seguaci vecchi e nuovi hanno dovuto sgomitare con i teenagers in libera uscita del sabato sera e occasionali di vario tipo, perfino intere famiglie con nonne e bambini al seguito. Un gran marasma, insomma, che però non ha nuociuto alla qualità della performance di Smith, Gallup, Thompson e Cooper, quattro professionisti veterani di mille battaglie che non si fanno certo deconcentrare da così poco. Per quanto riguarda “4:13 Dream”, a un primo ascolto sembra che Smith & Co. abbiano voluto restare ancorati ai propri punti di forza, creando quello che è forse il loro disco più immediato da parecchio tempo a questa parte. D’altronde, è noto come i Cure non riescano ad esprimere nulla di nuovo almeno dai primi anni ’90: sia “Wild Mood Swings” (1996) che “Bloodflowers” (2000) erano stati la sagra del già sentito, mentre “The Cure” (2004) si era solo limitatamente giovato dell’apporto di un produttore giovane incline a sonorità nu-metal come Ross Robinson. Rispetto a questi ultimi episodi, “4:13 Dream” appare più sobrio ed essenziale, e può vantare (almeno) due brani come “The Only One” e “Freakshow” in grado di competere con vecchi classici del pop alternativo quali come “Close To Me” e “Friday I’m In Love”. E sembra tutto mediamente di buona fattura, con il vertice della conclusiva “It’s Over” dall'intrigante struttura ritmica e armonica, e il nadir dell’adolescenziale “The Scream”, brano claustrofobico che rivisita (in peggio) quanto già fatto ai tempi di “Pornography”, con tanto di scontatissimo urlo finale. Roba che andava bene a 20 anni ma che a 50 sfiora il ridicolo.
Dopo una decina di minuti di intervallo – che sarà servito ad MTV, crediamo, per mandare in onda carrettate di pubblicità – i quattro si sono ripresentati per la seconda parte del concerto, stavolta dedicata ai grandi classici del passato. I Cure hanno inizialmente attinto da “Disintegration” – di cui si segnala una brillante rilettura di “Fascination Street” – per poi dedicarsi ad alcune delle storiche pop songs di cui si diceva sopra, mandando in estasi la folla di P.zza S. Giovanni che in fondo non aspettava altro: “The Walk” – penalizzata dalla mancanza di tastiere a cui ha sopperito la chitarra del bravo Thompson – “Friday I’m In Love” – il brano più mainstream mai scritto dai Cure – la strepitosa doppietta “In Between Days” e “Just Like Heaven” e – dulcis in fundo – il loro secondo singolo “Boys Don’t Cry”, brano-manifesto che li rivelò al mondo nell’ormai lontano 1979. Peccato unicamente per la mancata esecuzione di “A Forest”, prevista originariamente in scaletta e cassata per mancanza di tempo: fra frizzi e lazzi, infatti, quando Smith e compagni chiudono il loro “showcase di piazza”, si sono fatte le 12.40, e siamo ben dieci minuti oltre l’orario concesso dal Comune. Poco male: tanto, “see you soon”, come ha detto Robert Smith prima di congedarsi, dando a intendere che i Cure sarà possibile rivederli - quanto prima -in qualche palasport delle nostre e delle vostre parti.
SETLIST Underneath The Stars The Only One The Reasons Why Freakshow Sirensong The Real Snow White The Hungry Ghost Switch The Perfect Boy This. Here And Now. With You Sleep When I’m Dead The Scream It’s Over
(intermission)
Pictures Of You Fascination Street Wrong Number The End Of The World The Walk Lovesong Friday I’m In Love In Between Days Just Like Heaven Boys Don’t Cry
(la foto di Robert Smith sul palco di Piazza San Giovanni è di Adalberto Conti che ce l'ha gentilmente concessa)
Articolo del
14/10/2008 -
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