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Sugar Blue ama l’Italia, questo è un fatto assodato. Seconda data in sette mesi per l’inossidabile armonicista blues che, anche stasera, approda al Dimmidisì. Arrivato al locale in netto anticipo per l’intervista, lo trovo alle prese con un sound-check non privo di problemi tecnici. La mancanza di un pedale (prontamente risolta da Nat, proprietario del locale) e l’acustica sembrano osteggiarlo in tutti i modi, ma Sugar è in forma e si sente dalle note sparate a velocità supersonica. Mi saluta dal palco, accogliendomi con: “hey, man, questi sono gli unici italiani che conosco!”, seguito da un sorriso a trentadue denti. I problemi di feedback vengono risolti dallo staff tecnico, così Sugar è pronto per concedersi all’intervista. A domande concluse faccio un giro e incontro, Riccardo Abbondanza, suo fotografo personale che mi promette del materiale fotografico sull’esibizione di stasera. Sugar se ne va a spasso, tranquillo, in mezzo al pubblico scambiando sorrisi e battute, mentre sulla parete scorrono spezzoni di John Lee Hooker che sta suonando, secondo Sugar, il reggae!!
Dopo un’attesa che sembra davvero interminabile ecco che il gruppo guadagna il palco in sordina passando in mezzo al pubblico che inizia a scalpitare impaziente. Con una band completamente rinnovata, eccezion fatta per Ilaria Lantieri al basso, inizia quello che sarà uno spettacolo pirotecnico. Rico Mcfarland, vero asso della sei corde, dalla tecnica formidabile e dalla voce soul capace di infiammare il cuore di chiunque, ha l’onere e l’onore di dar fuoco alle polveri, partendo a razzo con un lungo e intenso blues dai soli di indubbia bellezza. Al secondo brano, ecco in lontananza l’eco di un armonica che potrei riconoscere fra mille. Accolto fra gli applausi Sugar appare sul palco come un’alba, con il suo solito sorriso sornione e una carica energetica da far invidia a un ventenne, incendia gli animi, dei presenti, già pieni di aspettative. Berretto storto, maglietta che strizza l’occhio a Obama, ma con una stoccata rifilata alla politica, e un cinturone, degno di Lee Van Cleef, pieno di armoniche di ogni tonalità, James Whiting, attira il pubblico nella sua rete tesa ad arte, intarsiata dalle caleidoscopiche note del suo rovente strumento. Supportato da questi nuovi membri il sound appare equilibrato ed essenziale. Irrobustita da calde iniezioni di chitarra e dal poliedrico drumming di Turbo, mattatoio a conduzione singola capace di far ondeggiare chiunque in sala, la musica guadagna in agilità, s’insinua nelle orecchie, accende i neuroni. Basta fare un giro in sala per capire che è, quasi, impossibile rimaner fermi. I brani omaggiano Little Walter e Willie Dixon, passando per “Bluesman”, tratto dall’ultimo “Cold Blue”, o “Gucci Gucci Man” che, per assonanza, richiama “Hootchie Coochie Man”, maliziosamente sensuale e straripante nella sua esecuzione. Sugar non può rimanere indifferente di fronte alla sofferenza del popolo di New Orleans, umiliato e schiaffeggiato da Kathrina, al quale dedica la struggente “Nola”, terreno ideale per mettere in mostra le reali doti dell’armonicista. Non sono infatti i velocissimi assoli a rendere unico il suo stile, ma la capacità di proiettare l’armonica, strumento solo apparentemente semplice da suonare, verso qualcosa che va oltre le sue presunte limitazioni.
Dopo la pausa lo show riprende su livelli, se possibile, ancora più alti. Sugar mette in mostra tutta la sua tecnica ma, attenzione, al servizio delle emozioni, è il suo cuore a suonare diffondendo il verbo del blues. Quando il “nostro” si produce in “Another Man Done Gone”, usando una difficile tecnica che gli permette di mantenere contemporaneamente un accordo e il “solo”, sembra di viaggiare indietro di settant’anni, in mezzo alle paludi del profondo Sud, dove qualunque bluesman che si rispetti avrà fatto il suo buon patto con il diavolo!
Quelli che già conoscevano la sua innovativa tecnica non possono che ritenersi più che soddisfatti, chi era al suo primo incontro con questo virtuoso, mai tronfio e auto-celebrativo, sarà rimasto completamente rapito dai suoi voli pindarici che scuotono la carne e fanno vibrare le corde più delicate della nostra anima. Grazie Sugar Blue.
Articolo del
30/10/2008 -
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