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Nonostante “Punkorgasm” non mi abbia convinto del tutto, decido di andare a vedere la data romana dei Don Caballero al Circolo Degli Artisti. Arrivato in ritardo perdo metà esibizione dei Poppy’s Portrait gruppo spalla che, da quel poco che riesco a sentire, mi impressionano positivamente con i loro giochi armonici e le esplosioni al limite del noise, affiancate da linee vocali morbide e melodiche.
Quando è l’ora dei Don Caballero, la sala si riempie di botto e tutte le orecchie sembrano parabole puntate per non perdere neanche un secondo dell’esibizione. La band è in forma, lo si nota dal deflagrante incipit. Damon Che enorme nei suoi vestiti - a malapena riescono a contenerlo - siede comodamente dietro le pelli dettando tempi e cambi, tenendo testa agli intrecci intarsiati dai due chitarristi e dalle rispettive loop station. Certo l’effetto sorpresa è ormai svanito da tempo, relegato ai lontani natali di “What Burns Never Returns”, ma vedere il trio in azione è sempre uno spettacolo intenso. La band incentra l’esibizione sul nuovo materiale zoppicante, a volte privo di fantasia, focalizzando la propria attenzione sulla sincronizzazione delle due “asce” che, come un puzzle complicato, s’incastrano alla perfezione con la batteria di Damon. Il gigante, dal canto suo, cesella strutture sempre più complicate, al limite del parossismo ritmico, di rara bellezza e potenza devastante. I colpi sono secchi e decisi, e anche quando l’orecchio non riesce a stare dietro al groviglio ritmico, la realtà dimostra che tutto sta andando per il verso giusto. I tre si ritrovano magicamente lanciati all’unisono verso la struttura portante del brano. L’unica pecca dei Don Caballero è l’avvitamento su se stessi; tutto sembra già sentito, e di sicuro lo è, in studio la sensazione è ancora più forte. Dal vivo i brani più lunghi acquisiscono vigore come la ciclopica "Loudest Shop Vac In The World". Damon Che sembra avere mille mani, da qui forse il suo nickname, che procedono come un incrocio impazzito. Le rotea scaraventandole, aggrovigliate, pericolosamente e pesantemente sulle pelli. Un vero e proprio spettacolo per poveri comuni, come me, batteristi. A fine show, richiamati on stage dall’insistenza del pubblico, Damon presta le sue braccia alla chitarra, spedendo Eugene alla sezione ritmica. Il risultato è “Punkorgasm” guidata dal folle e pattoniano canto di Damon, simile ad un lamento disarticolato che mette in luce il lato più scanzonato(rio) di una band capace di divertirsi ancora, almeno sul palco. Il pubblico apprezza, ma l’amaro in bocca, per una mancata evoluzione, rimane.
Articolo del
07/11/2008 -
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