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Quarto disco appena uscito e tour relativo per i francesi M83. Dopo un buon omonimo esordio nel 2001 e un grandissimo secondo album nel 2003 (Dead Cities, Red Seas And Lost Ghosts, misto di shoegaze ed elettronica come non si sentiva da tempo), il gruppo di Antibes pubblica altri due album, Before The Dawn Heals Us e appunto il nuovo Saturdays = Youth, meno caratterizzati, più virati verso un’elettronica simile a quella dei cugini Air e di conseguenza decisamente più fruibili. In altre parole più popular. La tappa milanese è interessante dunque per svariate ragioni tra cui il fatto che la band dal vivo ha un forte richiamo che, unito alla notizia della cancellazione della data di Roma, rendono la serata più unica del solito.
Alla Casa 139 di via Ripamonti ci si arriva armati di buonissima volontà e carichi di aspettative. E magari di un paio di remi visto il colossale nubifragio che nel frattempo si sta abbattendo su buona parte della Lombardia. Autostrada impraticabile, visibilità zero. Il viaggio è una litania continua interrotta sporadicamente da una buona dose di imprecazioni e minacce. Sperando dunque di venire giustamente ed equamente ripagato, mi accingo a prendere posto nel piccolo ed accogliente locale milanese. Purtroppo c’è poco da stare allegri. Audio pessimo e location non adatta alla serata. Tanta gente e necessità di prendere i propri spazi per respirare a fondo questo determinato modo di fare a musica sono due fattori che fanno inevitabilmente a botte. Aggiungiamoci un atteggiamento velatamente snob da parte della band (‘sti francesi...) e una serie interminabile di problemi tecnici che stimolano comunicazioni non verbali di indiscutibile significato tra il palco e il mixer e la serata è servita. E si che in tutto questo marasma di danni collaterali, c’è comunque un sound che arriva diretto in testa, una musica che suona ritmica e riverberata e pretende di essere ascoltata. Si fa un po’ fatica, distratti da tutto, infastiditi dalla cassa che non funziona, dalle facce estenuate di Nicolas Fromageau e Anthony Gonzalez, evidentemente in serata no. Pazienza. Per la cronaca il set, di un’ora precisa, regala anche buoni spunti di riflessione migliorando con il passare del tempo e ragalando qualche chicca come America, direttamente da Dead Cities..., e un paio di altre prima maniera. Poi d’accordo, è ovvio che partono anche i pezzi nuovi, su tutti We Own The Sky, il singolo Kim & Jessie e Colours, penalizzati dalla serata, ma di buona presa e ben accolti dalla piccola platea. Tutti relativamente entusiasti fino a quello che si interpreta come il momento della pausa prima del rientro, ma che si rivela invece essere la fine del set e arrivederci e grazie. Ma come? Proprio adesso che avevate ingranato? Fischi ed espressioni gergali fin troppo colorite non servono a niente. Peccato. Peccato per l’audio, per il maltempo, per il poco spazio e per l’umore di un po’ tutti. Poteva essere una bella occasione e probabilmente uno spazio più adeguato avrebbe giovato sia alla band, ma soprattutto alla musica. La sufficienza (scarsissima) la guadagnano comunque sulla fiducia e per affetto. Sanno sicuramente fare di meglio.
Articolo del
09/11/2008 -
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