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Ogni cosa, per essere capita, apprezzata o disprezzata, dovrebbe essere vissuta per intero. Dall’inizio alla fine. Così, la finale di Wimbledon di quest’anno non sarebbe diventata la partita forse più bella della storia del tennis senza quell’incredibile quinto set che ha portato alla vittoria Rafa Nadal su Roger Federer. Allo stesso modo, il Manchester United non avrebbe vinto la Champions League di qualche anno fa, senza quei tre o quattro minuti di recupero in cui ha segnato due gol al Bayern Monaco ribaltando una partita già persa. E Blade Runner sarebbe un altro film (più bello probabilmente) e non avrebbe un lieto fine, senza quelle poche sequenze finali solari volute dai produttori hollywoodiani e che poco o nulla c'entrano con tutte le altre atmosfere del film.
Così, in teoria, anche per parlare del concerto di ieri sera di Paolo Benvegnù sarebbe stato meglio viverlo dall’inizio alla fine. Ma un imprevisto mi ha portato via dopo circa tre quarti d’ora di set. Tre quarti d’ora, però, che, dedicati quasi interamente alle tracce del secondo e ultimo album “Le labbra” (come “Il nemico”, “La distanza” ed “Amore santo e blasfemo”), hanno lasciato un’ottima impressione. E che mi fanno parlare, comunque, di un concerto molto bello. Intenso, energico e passionale nei testi e nella musica, ma allo stesso tempo anche intelligente e raffinato, grazie ai numerosi stacchi strumentali, alle variazioni di tono anche all’interno delle stesse canzoni (come nell’iniziale “La schiena”, dapprima lenta ed alla fine arrabbiata) ed all’intervento prezioso di diversi strumenti (oltre a chitarre, batteria e basso, anche le tastiere ed il violoncello) suonati dai vari componenti della band. E se i quattro componenti del gruppo hanno dato sicuramente un contributo importante, questo nulla toglie al magnetismo ed alla bravura del protagonista sul palco. Senza mai smettere di arpeggiare o di pestare con la stessa naturalezza sulla sua chitarra acustica, Benvegnù ha dimostrato una notevole presenza scenica, interpretando con straordinaria intensità le proprie liriche e sprigionando tutta la sua energia nei passaggi strumentali. E raccogliendo, giustamente, i tanti applausi di un pubblico non numerosissimo in senso assoluto ma che ha riempito ogni angolo dello spazio a disposizione.
Quindi, un concerto che ha lasciato un solo rimpianto. Non averne visto la fine. E una serata che ha fatto intravedere qualcosa di interessante (come “1941”, con chitarra acustica trascinante e voce femminile) anche dal duo che ha aperto la serata, i La Blanche Alchimie.
Articolo del
20/11/2008 -
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