|
La “All Star Band” di stasera è una delle gemme dell’intera stagione concertistica dell’Auditorium Parco della Musica. John McLaughlin chitarre, Chick Corea piano e tastiere, Kenny Garrett sassofono contralto, Vinnie Colaiuta batteria e Christian McBride contrabbasso formano la Five Peace Band. Devo ammettere che l’emozione di trovarsi al cospetto di questi titani è davvero incontenibile. Grazie all’intervento di Massimo Pasquini, responsabile ufficio stampa dell’Auditorium, riesco ad ottenere un posto, in platea, con una visuale perfetta. La sala si riempie lentamente, fino alle curve laterali, sfiorando di poco il sold-out. Intanto i primi commenti della gente, venuta da ogni dove, fanno da termometro testando la quantità di adrenalina nell’aria. Le misure di sicurezza appaiono raddoppiate, e ottenere anche il solo foto-pass diventa quanto mai complicato. Dopo solo venti minuti di attesa ecco materializzarsi i due uomini che hanno fatto parte della vecchia guardia di Miles Davis. John McLaughlin e Chick Corea sono i “responsabili”, insieme a Davis, di “In A Silent Way” e “Bitches Brew”, due pietre miliari indiscusse della svolta elettrica del jazz. Il duo saluta il pubblico e viene accolto da un’ovazione degna del loro calibro. Luci basse e penombre fanno da cornice ad un’intensa improvvisazione fra chitarra e pianoforte. “’Round Midnight”, dell’immenso, e mai troppo compianto, Theolonius Monk, è il primo brano eseguito con magistrale perizia, guidato dal poliedrico Corea che, non soddisfatto del numero di tasti del suo pianoforte, balza in piedi per pizzicare gli armonici all’interno della lunga coda dello Yamaha. John, in forma cristallina, alterna con notevole facilità fraseggi jazz e fulminee esecuzioni di scale, dalle velocità imprendibili. Uno scambio di “vedute” parallelo, intrecciato e veicolato da una visione innovativa, in viaggio sulle ali delle emozioni. Questo intenso inizio dà il la al resto della band che, preso posto ognuno dietro i propri strumenti, costruisce un muro di suono tanto ricco da creare vertigine nei sensi. E’ proprio Vinnie Colaiuta, batterista dall’impressionate forza fisica e dalla tecnica mostruosa, a stabilire chi detterà i tempi. Il suo non è un semplice drumming, ma una tempesta della natura scagliata sulle pelli. Vinnie si contorce, rallenta, aumenta il ritmo in progressioni spaventose ricamando controtempi al cardiopalmo, disegnando traiettorie inaspettate, lasciando pieno spazio al resto della band, libera di potersi inerpicare nei sentieri dell’improvvisazione. In “New Blues Old Bruise”, John dà ennesima prova, se mai ce ne fosse ancora bisogno, di una visionaria e innovativa tecnica che negli anni lo ha consacrato come uno dei più grandi e virtuosi musicisti al mondo. Non basterebbe, invece, una recensione a parte per descrivere ciò che Kenny Garrett, al sax, è riuscito ad evocare stanotte. Kenny sceglie di stare in disparte, decentrato rispetto alla band, probabilmente in linea con un carattere schivo, la sua tecnica, però, è il perno centrale del quintetto. “Into The Andromeda”, di Chick Corea, è in assoluto la perla dell’intero live. Un brano capace di far vibrare le corde più intime del nostro animo, facendo leva, dapprima sulle sussurrate note del piano, successivamente sul dirompente e selvaggio lirismo a solo di Garrett che, partendo in sordina, squarcia il silenzio librando velocissime e infuocate note, mentre tutto il suo corpo si scuote in una, ondulatoria, danza sciamanica. La sua potenza espressiva, simile al parossismo di un’eruzione vulcanica e condensata nel suo solitario “viaggio”, costringe il pubblico a tendere i muscoli, a sgranare gli occhi spostandosi in avanti sulle poltrone, in un flebile tentativo di avvicinarsi, per carpirne i segreti, a quell’afflato vitale. Garrett decide di percorrere i sentieri più impervi dell’armonia, cercando la bellezza nella dissonanza, intarsiando linee melodiche complicate, esplorandone la recondita essenza per poi ripiombare, in un soffio, nel silenzio. Le sue note s’infiltrano sinuose fra le strutture delle takes, il suo corpo, guidato dalla ipnotica trance imposta dalla sua mente, vibra ad ogni singola nota emessa. Personalmente, ma non credo di essere stato l’unico, vederlo e sentirlo è stato un pugno nello stomaco, qualcosa che ti prende alla viscere e non molla. La chicca della serata è il dono che McLaughlin scrive per il suo amico Santana. “Senior C.S.”, dall’inarrestabile fluidità dell’esecuzione e dalle policromatiche note a grappolo, richiama le atmosfere di Carlos ma con un occhio puntato verso nuovi lidi. John è ancora protagonista di una febbricitante improvvisazione capace di alienare il pubblico, sembra quasi di percepire i profumi inebrianti dalle sue note. “Dr Jackle”, di Jackie McLean, guidata dalla sapiente maestria di John, unita al secondo, e mostruoso, propulsore ritmico McBride, mette in risalto le formidabili doti cangianti del bassista. La sua duttilità gli permette interventi al basso elettrico, soli al contrabbasso fino al limite più estremo della tastiera, e delicate carezze sulle corde attraverso l’archetto. L’unico bis concesso, una jam, vede protagonista il pubblico, abbandonate definitivamente le sedie, per un’ovazione finale più che meritata e, ASSOLUTAMENTE, dovuta. Uno spettacolo stellare!
(Per la foto di Chick Corea all'Auditorium si ringrazia Riccardo Musacchio per la gentile concessione)
Articolo del
22/11/2008 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
|