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Inizia nel parcheggio del nuovo BlackOut la gelida serata che fa da contorno al ritorno in Italia delle quattro teste del futuro, anche se le premesse di questo concerto a Roma sono tanto tiepide quanto la risposta del pubblico della Capitale che, terrorizzato dall’ondata polare, ha disertato il battesimo del nuovo BlackOut, trasportato dalla sede originale di San Giovanni, in piena Casilina.
Il preconcerto, poi, è esageratamente lungo, puntellato da due gruppi spalla e dall’attesa di qualche indeciso. Il quartetto di Sunderland sale sul palco a mezzanotte parecchio disorientato. Si contano una cinquantina di persone, in queste condizioni è come sentire suonare il proprio gruppo preferito nel salotto di casa, e ti permetti anche di fare qualche passaggio nel sottopalco per vedere bene le occhiaie di Barry Hyde, il ciuffo di Ross Millard e la postura da ginnasta del batterista, l’ottimo Dave Hyde a cui non si può dire niente, un metronomo.
E’ passato oltre un anno dal concerto del Circolo degli Artisti, e le quattro teste del futuro hanno messo in cascina un altro album, il terzo - non così compresso come il discusso “News & Tributes”, ma neanche lontano parente del primo memorabile album di esordio del 2004.
Arieccoli i Futureheads con il loro suono che il mio amico Francesco (più erudito di me) definisce angolare. Secondo i miei codici, i quattro ragazzi di buona famiglia hanno un conto aperto con la musica al di sotto dei 130 all’ora. Corrono come degli addannati per un’ora e un quarto, senza tradire più di tanto la delusione di un ground praticamente deserto. Cazzeggiano tra di loro, anche perché i primi tentativi di scambiare due chiacchiere in dialetto inglese con il pubblico vanno miseramente a vuoto. Il concerto dei Futureheads è di alta qualità, ma nel pubblico si respira un po’ l’atmosfera della sagra di paese: due stanghe inglesi ballano senza sosta per tutti i 75 minuti, un paio di fidanzati dall’aspetto più nostrano si strusciano a due passi da Millard, e il resto degli astanti si gode lo show-case come un regalo di Natale anticipato.
Apre la kermesse, Area, il singolo che ha consacrato il gruppo dopo il primo disco. E per il resto è un mix di pezzi del primo meraviglioso disco e delle hit più sentibili degli altri due (Broke Up The Time, Cope, Beginning Of The Twist, Radio Heart, Skip To The End). Imbattibile la cover (di Kate Bush) “Hounds Of Love”, che sembra non finire mai in un tripudio di cori a quattro voci.
Chiude Man Ray, e mi rimane l’amaro in bocca perché questa volta niente bis, e niente “A To B”, grande hit del gruppo che per essere degnamente suonata ha bisogno di un supporto di pubblico stasera non garantito. Mi ritrovo nel parcheggio del locale alle due del mattino, nel freddo polare della Casilina, facendo finta di essere uscito dal salotto buono di una casa di Sunderland, contea metropolitana di Tyne and Wear.
Articolo del
24/11/2008 -
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