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Come un racconto disperato, a tinte forti, scure, a tratti ossessive, a tratti sussurrate, un racconto gridato e suonato a strappi, come una fuga lontano per ritrovarsi sempre al punto di partenza, uno sguardo perso, senza lezioni da impartire, senza miserie da non dimenticare. Le Luci della Centrale Elettrica è Vasco Brondi, personaggio dell’anno nel panorama discografico indipendente italiano, con un disco, Canzoni da spiaggia deturpata, realizzato con la collaborazione artistica di Giorgio Canali, (chitarrista dei CCCP e poi dei CSI), disco che ha stupito per la sua forza dirompente, quasi al di là della qualità artistica.
Al Circolo degli Artisti c’è un pubblico che magari non ti aspetti, a dimostrazione che Le Luci della Centrale sono arrivate già molto lontano, per essere un progetto nato, prodotto e realizzato a costo quasi zero, senza major, e con pochissima promozione, se non il passaparola e le recensioni positive. Vasco Brondi ha ricevuto di recente la Targa Tenco come miglior opera prima per Canzoni da spiaggia deturpata e attendiamo il suo live per capire se le sensazioni del disco saranno confermate.
Dopo il set, particolare e apprezzato dal pubblico, di Dente, altro giovane emergente del panorama italico, anche lui con chitarra acustica a tracolla, e accompagnato al piano da Mr. Solo, sale sul palco lui, Vasco Brondi, aka Le Luci della Centrale Elettrica, che va ad accomodarsi su uno sgabellone che abbandonerà solo in un paio di occasioni durante la serata, con la sua chitarra sottobraccio, accompagnato alla sua destra e invece rigorosamente in piedi per tutto il set, dal solo Giorgio Canali, anche lui munito inizialmente dell’acustica. I primi arpeggi e le prime parole sono già cariche, stranianti, nude, senza orpelli: ”Negli appartamenti subaffittati sulla scia dei carri armati parcheggiati senza toglierci le scarpe ci siamo addormentati / Rovistando tra i futuri più probabili / voglio solo futuri inverosimili”. Il canto delle Luci è un cantare sgraziato, senza retorica, al limite tra diaristici deliri e racconti visionari, dove tutto può succedere, dove non succede niente. E’ Lacrimogeni, il pezzo che apre il concerto e che fuga subito tutti i dubbi. Non aspettatevi virtuosismi, carezze, o arrangiamenti raffinati. Come un cantastorie in acido, come un poeta lucidamente ubriaco e strafatto, Vasco Brondi dopo il primo brano (ma lo farà spesso nel corso della sera) legge dal suo leggio uno dei brani scritti, tratti in parte dal suo blog, e finiti in buona parte in un libro adesso anche in vendita, dove prova a raccontare in una prosa ritmica gli stessi paesaggi, gli stessi scorci delle sue canzoni, con altre parole con altra misura, senza canto, solo lettere senza francobollo, senza mittente ma con destinatari realmente immaginari. Poi arriva Piromani, e il pubblico grida anche lui “andiamo a vedere le luci della centrale elettrica”, gridato dal microfono distorto che Vasco Brondi alterna al microfono diciamo d’ordinanza. E sembra di vederla la Centrale Elettrica, che si staglia lì ai confini della provincia, nel ventre della pianura padana, come un gioco da andare a vedere, come un (eco)mostro da esorcizzare. Le immagini si rincorrono, e mentre sul palco i due protagonisti cambiano chitarre e Giorgio Canali sostiene con la sua navigata presenza scenica la staticità quasi spettrale del principale protagonista della serata, i protagonisti delle canzoni sembrano non riuscire a cambiare, costretti tra “file di macchine e di code di macchine” come in Produzioni seriali di cieli stellati. Sono ritratti senza segno, senza destino, che si lasciano vivere, come in Sere feriali dall’attacco micidiale “perché non ci siamo mai rincorsi come nei brutti film” che poi diventa “come nei film melodrammatici di merda”. Brondi canta quasi devastato, di viali di “alberi stempiati” di “accendersi le sigarette con i fulmini”, di rincorrere i tir e rincorrere i trip. Non ha niente da nascondere, dal fumo alle notti “a strafarsi”. Eppure c’è sempre un “tu” al quale dire qualcosa, al quale la canzone si vuole rivolgere. Quasi difficile capire se si tratti di frammenti di resistenza, in una realtà dove resistere è una debolezza, o veri e propri pianti a dirotto. Singolare che lo stesso autore sul suo blog, che riporta moltissimi frammenti del suo disegno di musica e parole, si dica quasi dispiaciuto che le sue canzoni raccontino tristezza mente vorrebbero dare coraggio. Non è insomma il grido di un solitario autolesionista, la voce de Le luci della centrale elettrica.
Qualcuno non ha apprezzato troppo gli intermezzi in forma di brevi monologhi, che legge spesso tra una canzone e l’altra, trovandoli un po’ pretenziosi, ma è vero invece che a tratti sono bellissimi, di una densità struggente: “dicevi: “dobbiamo andarcene da qui, tu ed io, ma soprattutto io” con l’urgenza di scappare, di sopravvivere, di dimenticare, e poi chiude con una disarmante e desolante “ce ne siamo andati, tu ed io, ma soprattutto tu”. Va detto che la tensione che le musiche si portano dentro finisce col caricarsi e non risolversi praticamente mai: “questa canzone è molto simile a quelle che abbiamo già suonato e parla più o meno delle stesse cose” confessa innocente Vasco Brondi prima di attaccare il pezzo successivo, palesando forse l’unico inevitabile difetto di un concerto suonato quasi con l’urgenza della parola detta, suonata e cantata, che non della costruzione armonica o melodica. E’ la provincia ad essere grigia e monotona, e in questo caso quella ferrarese, ed è il terreno sul quale si perdono i racconti delle Luci della Centrale Elettrica, e da quella provincia, da quella malata, “paranoica”, per dirla alla CCCP, che nasce il disagio, e nel disagio tutto è racconto, tutto può essere poesia, le strade, i lampioni, i tram, la piccola e media impresa, i motorini elaborati, i cassonetti, le pozzanghere, le ciminiere (meravigliosa povera malinconia nel verso “e invidiare le ciminiere perché hanno sempre da fumare”) in un film che è reale, quotidiano, e dal quale i protagonisti fuggono solo quando sono strafatti, o fuggono per strafarsi. Eppure si resta senza parole, senza fiato, quando le chitarre distorte frullano il girotondo senza fine, senza pena di Fare i camerieri: “ti porto sul ponte più bombardato d’Europa”, quando l’arpeggio sembra finalmente distendersi sul racconto che sa di infanzie andate a male de La lotta armata al bar, per poi sputare, all’unisono con le facce del Circolo ormai sconvolte anche’esse, un lamento che ha dimenticato tutte le preghiere: “che cosa racconteremo ai figli che non avremo di questi cazzo di anni zero!”. Perdoniamogli a questo ventiquattrenne che quando parla tradisce un po’ del suo accento emiliano, un pizzico di incosciente nichilismo retorico, se poi riesce a farci vedere addirittura l’amore impossibile con una strofa come “e tu correvi su chilometri di scontrini ma non mi raggiungevi”. E’ la stessa forza alienata e strafatta, che si trascina lungo la spiaggia deturpata, dove “strattonavamo il mare dove andavamo a farci male”, che chiede “portami a bere dalle pozzanghere” come i cani, e che ti ricorda attonito “che non capisci gli incubi dei pesci rossi”. L’unica volta che si alza dal suo sgabello, Vasco-Le luci della Centrale, lo fa per bistrattare la sua chitarra elettrica, per sferzare un riff distratto, distorto, deambulando sul palco come in preda a scatti nervosi, mentre tocca a Giorgio Canali cantare. La poesia più bella resta a parere di chi scrive, la notte atomica di Per combattere l’acne, visione senza remore, senza pudore, che trae linfa dalla provincia malata, tra spacciatori, farmacie compiacenti che ti fanno tirare avanti la tua esistenza tossica. Poco importa se, rispetto al disco, Brondi la canta direi male, a tratti fuori tono, e se le frasi gridate si perdono tra corde vocali bruciate e male allenate: “farò rifare l’asfalto per quando tornerai” è una promessa d’amore che sa di catrame e di circonvallazione, di strade secondarie e di antenne della televisione usate come spazzolino. Fino a quella parvenza di inciso che riesce a usare in forma di poesia malata e ancora disperata il riferimento al SERT (i SERvizi per le Tossicodipendenze): “siamo l’esercito del SERT”, avvinghiato ad un microfono, senza fiato, senza grazia solo con gli occhi chiusi e la bocca spalancata a chiedere di non dover essere aiutati. All’effetto scenico e plateale il concerto de Le luci della Centrale Elettrica concede poco o niente: la testata data al microfono per chiudere una canzone, prima da Giorgio Canali e poi da entrambi i musicisti in scena, o l’ultimo pezzo in scaletta, Stagnola, nel cui finale distorto i due staccano chitarre dai cavi e bocche dai microfoni e si affacciano sule prime file del pubblico per continuare a cantare e suonare così, sapendo di non poter essere sentiti.
La scena si chiude, Vasco Brondi non lascia proclami o almeno non li vuole lasciare, resta il suo adesivo incollato alla chitarra con su scritto Le Luci della Centrale Elettrica, che a noi ha fatto pensare alla chitarra folk del padre di tutti i cantastorie moderni, Woody Guthrie, che scriveva sulla sua: “questa macchina uccide i fascisti”. La chitarra delle Luci, è la chitarra di un cantastorie dei nostri tempi e dei nostri cieli grigi, una chitarra che non uccide nessuno, ma cerca solo di restare viva.
Articolo del
15/12/2008 -
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