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King Crimson ovvero la macchina del suono. Un concerto straordinario che ha evidenziato la bravura ed il talento dei quattro componenti di questa band davvero atipica, capace di dare vita a sonorità astrali interrotte da deflagrazioni proprie solo dei corpi celesti. Sono stati loro, Adrian Belew (ex Talking Heads) chitarra e voce, Trey Gunn, basso elettrico e tastiere, Pat Mastellotto, batteria, e Robert Fripp, chitarra solista, autentica guida artistica e spirituale del gruppo, a regalare al pubblico quasi due ore di musica assoluta e totale, che spazia oltre il rock, anche se di quel genere conserva ancora l’amore per il ritmo e per la dissonanza. E’ musica impossibile, che rivela origini datate al “progressive” degli anni settanta, ma arriva poi con facilità ai confini della sperimentazione. E’ musica circolare, che parte da un punto fisso e si espande, per poi tornare al suo centro. E’ il regno del libero contrappunto, che prende in prestito dal jazz il gusto per l’improvvisazione e per i continui fraseggi chitarristici, come quelli magistrali che si scambiano Robert Fripp e Adrian Belew, quest’ultimo più a suo agio nel ruolo di “front man”, mentre Fripp preferisce dirigere le operazioni, come sempre, seduto in disparte. Lunghe composizioni come la splendida “Fracture”, una vera e propria “summa” della chiave sonora del gruppo, o “Larks’ Tongues In Aspic” si alternano ai brani tratti da “ The Power To Believe” l’ultimo lavoro in studio dei King Crimson. Eccono che arrivano puntuali “Dangerous Curves” e ” Happy With What You Have To Be Happy With”, e ancora le note di “Discipline”, vero manifesto della filosofia del guru Robert Fripp, che ritiene la disciplina interiore una fonte assoluta di gioia. Dopo una breve interruzione i King Crimson tornano sul palco per un “set” finale che comprende una straniata esecuzione di “ Elephant Talk “, un assolo acustico di Adrian Belew, che ci regala “ Three Of A Perfect Pair” e infine - con la band tornata al completo - una bella versione di “ Red ”, un brano del 1974, saluta il pubblico al quale Fripp non perdona di aver interrotto un delicato arpeggio acustico, che meritava un silenzio assoluto, con l’invocazione disperata di “Schizoid Man”. Chi scrive sapeva che la cosa non sarebbe passata liscia, e infatti puntualmente la richiesta non è stata esaudita e il brano, vecchio cavallo di battaglia del gruppo negli anni settanta, non è stato eseguito. Disciplina, signori, disciplina, che cosa vi credevate, di essere al Festivalbar?
Articolo del
25/06/2003 -
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