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Clinic
Clinic live @ Init Club - Roma, 15 gennaio 2009
Roma
15/01/2009
di
Emanuele Tamagnini
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Una serata chirurgicamente attiva. In un Init molto affollato si ritrova parecchia gente che si era persa prima del panettone e del cotechino. Una sorta di raduno semi-ufficiale a salutare il 2009. Con l’umidità alle spalle e il calore di una grossa stufa luciferina. Più gente di quanta ce ne saremmo aspettata alla vigilia. Buon segno. Segno che l’abbigliamento da chirurghi dei quattro liverpooliani desta estrema curiosità. Cinque album in otto anni con il placet della Domino che li raccolse dopo una manciata di singoli autoprodotti. Quattro di quei dischi sono in vendita a “soli” 10€ in un buio angolo merchandise. Evviva.
La serata è aperta dai Dispositivo Per Il Lancio Obliquo Di Una Sferetta in formazione triangolare. Potenti e tecnici come sempre. Il pubblico è attento. Alle 23.30 (circa) mentre mi guardo intorno alla ricerca degli occhi di Riccardo, i Clinic arrivano on stage. In blu da sala operatoria con la proverbiale mascherina bianca. Che per Ade Blackburn prevede una fessura per la bocca. Lo hanno sempre dichiarato. La veste clinica è un omaggio alla San Francisco avanguardista di fine ‘70 e ai suoi “modelli”: The Residents (assai chiaro anche scorrendo qualche video clip) e i mai troppo considerati Crime di quella faccia da psicotico di Johnny Strike. Ma ripulendo qualche modernità alla fin fine i Clinic hanno nella testa e nel cuore i seminali The Monks. Garage rock infarcito come un club sandwich di richiami psycobilly e storiacce horror di bassa lega. Due chitarre, un basso, una batteria e un bell’Apple sopra l’organo. Quest’ultimo strumento guida di un sound coinvolgente (anzi trascinante) quando la spinta si fa concreta. Poche volte però accadrà.
I Clinic tutto sommato deludono. Quando rallentano in un paio di pseudo-ballate, poi, si rimane di stucco per la poca presa che esercitano sugli astanti. Si balla sui singoli. In una scaletta depauperata alla radice. Un set breve ed un ottimo bis. Il problema che al quartetto manca il rombo, la botta, la potenza, quel qualcosa in più che rende un gruppo diverso dalla media. La scintilla che, o si crea all’inizio, oppure non si crea più. Scelgo su tutte ‘Corpus Christi’ (dall’ultimo anemico ‘Do It’) e i brani da ‘Visitations’. Senza mascherine cosa sarebbero i Clinic? Giro le spalle con questo quesito. E’ l’una passata. Rovisto, cerco, accendo la luce (meglio), trovo ‘Black Monk Time’, il nero dei Monks. Album caposaldo degli anni ‘60. Quattro ragazzi americani che prestavano servizio militare in Germania. Per questo riuscirono a scrivere un album riottoso più di quarant’anni fa. Un vero album punk lontano dalla bigotta America. Con la chierica in testa, tutti di nero e con il cordino bianco intorno al collo. Un simbolo di come l’umanità fosse “annodata” a se stessa.
Per smaltire una discreta delusione. Per riuscire a dormire meglio. Senza maschere. Solo realtà.
(pubblicato per gentile concessione di Nerds Attack!)
Articolo del
16/01/2009 -
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