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Dove eravate l’8 giugno 2003, alle 20,40? Vi stavate divertendo al mare, come ogni domenica che si rispetti, oppure eravate inchiodati nel traffico di ritorno dalle spiagge? O forse eravate rimasti a casa, con tanto di aria condizionata, e vi eravate abbandonati ai piaceri della serena vita domestica fatta di cene, amici e film in tv? Qualsiasi cosa abbiate fatto, sappiate che avete scelto l’attività sbagliata perché c’era un modo migliore di passare la serata, anche nel caso che la convivialità familiare si sia tramutata nella soddisfazione degli istinti più reconditi: potevate infatti essere sul prato dello stadio Franchi di Firenze, dove c’era ancora posto, assieme ad altri 40.000 soggetti, intenti ad urlare a squarciagola il loro saluto a Bruce Springsteen che stava salendo sul palco, chitarra elettrica in mano e versione pesante di “Born in the USA” in gola.-------------------------------- E se vi siete mai chiesti cosa può aggiungere una versione live ad una canzone amata significa che non siete mai stati ad un concerto del Boss e, credetemi, è un peccato perché avreste capito cosa significa concedersi del tutto, senza risparmiarsi, rendendo esaltante la notte di tutte le persone accorse; sto parlando di 3 ore ed un quarto di musica con una pausa di due minuti appena e, soprattutto, medley continui a dimostrare che il Boss non era venuto per eseguire l’ultimo album più qualche vecchio successo (cioè il formato standard dei concerti) ma si era preparato per uno spettacolo coinvolgente e sentito. Dopo l’introduzione di “Born in the USA”, che non può proprio essere definita acustica dato il tono della chitarra elettrica suonata da Springsteen, si è partiti con “The Rising”, subito seguita da “Lonesome Day” e da altre canzoni dell’ultimo album, sapientemente miscelate con grandi hits, fra cui un travolgente medley di “Badlands” e “Out in the Street” che ha veramente trascinato il pubblico. Ovviamente non sono mancati i momenti intimisti, come quando il Boss ha chiesto silenzio ed ha eseguito, con tanto di armonica a bocca, “Empty sky” e “You’re missing” o quando, per celebrare l’anniversario di matrimonio con Patti Scialfa, le ha dedicato una essenziale “Tougher than the Rest”. Ma per i veri amanti dell’abitante del New Jersey è stato più esaltante ascoltare il sax di Clemons su “Jungleland”, nonché il medley del primo bis, in cui si è passati da “Ramrod” a “Born to Run”, “Seven Nights to Rock” per finire con “Glory days”.------------------------------ Insomma un programma niente affatto dimesso che per oltre tre ore ha tenuto il pubblico, dall’età media ben oltre i 35, a testa in su (se si trovava nel prato) intento ad ammirare le corse di Springsteen da un capo all’altro del palco oppure i due megaschermi posti di fianco al palco stesso dove una eccellente regia riprendeva a turno tutti i musicisti, senza mai finire in ritmi da videoclip perché non c’era nessun bisogno di dare ancora più adrenalina ad una musica che è la quintessenza della voglia di “run”, di mettersi sempre in gioco nella consapevolezza di rivolgersi sempre ai “blue collar”, cioè a persone che devono guadagnarsi tutto dalla vita e che non possono certo contare su condizioni favorevoli di nascita o di ceto; e forse è per questo che si sono viste molte bandiere americane al concerto, perché tutti intuivano che Springsteen e la sua realtà incarnano quanto vi è di più puro nel sogno americano: la forza di combattere ogni giorno contro una vita difficile, fatta di 11 settembre grandi e piccoli. E del resto non si può proprio dire che Springsteen e la sua america possano essere ricondotte al mondo di Bush: qui si parla dell’altra parte della barricata, dove ci sono le vittime dei trucchi contabili delle grandi società che si vedono sparire le pensioni perché falliscono i fondi pensioni aziendali e dove ci sono i “working poors”, i lavoratori poveri perché il loro salario non riesce a ripagare le esigenze della loro (modesta) vita. E dove, quindi, anche i cantanti non si fermano a contare i brani da eseguire ma si danno anima e corpo nel concerto, con due bis e tanta voglia di “have a party” nell’estate umida fiorentina.
Articolo del
30/06/2003 -
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