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“What’s The Point In Anything New?”: è questa la domanda che ci è ronzata nel cervello la scorsa sera all’uscita dal Rashomon, ovviamente sulle note del recente vibrante singolo dei Paddingtons. Che poi, lo sappiamo, il brano in questione in realtà è una sorta di atto d’accusa alle case discografiche riluttanti ad investire sui nuovi gruppi (quando non le scaricano dopo i primi insuccessi, come accaduto proprio ai cinque ragazzi di Hull dopo un primo album per la Poptones di Alan McGee) ma rivoltando ad arte la frittata noi l’abbiamo interpretato nel senso che i Paddingtons - come del resto innumerevoli formazioni inglesi della loro generazione - non propongono nulla di nuovo / inedito / originale, e appaiono propensi a sedersi sugli allori guadagnati sul campo dai loro mentori Strokes e Libertines.
Non è un crimine, beninteso; tanto più che il live del quintetto fronteggiato da quel fascio di nervi che è Tom Atkin è stato assolutamente godibile, energetico e brit quanto mai, per la gioia dei duecento e passa anglofili convenuti al locale di zona Ostiense per una riuscitissima serata organizzata dalla premiata ditta Keep It Yours. Il concerto è iniziato tardino, passata la mezzanotte, dopo una francamente evitabile mezz’ora concessa ai supporters locali San La Muerte e infinite prove di soundcheck che hanno ritardato un po’ troppo l’avvio dei procedimenti. Ma poi, quando i Paddingtons sono alfin arrivati sul proscenio, non abbiamo potuto far altro che lasciarci trascinare dall’energia e dalle brucianti melodie di brani quali “Punk Rip”, “50 To A Pound” e “Stand Down” (l’altro singolone tratto dal secondo recente album “No Mundane Options”). Bravo, in particolare, il cantante Tom in una spartana t-shirt bianca (a sconfessare l’idea che i Paddingtons siano una band modaiola), capace di sostenere con voce caparbia i momenti più furibondi degli inni Brit-Punk del gruppo, e tutta da vedere la sua interazione con il chitarrista Joshua Hubbard, presentatosi con in testa un incongruo berretto da aviatore e da quanto si è visto la vera anima goliardica della combriccola. Nel complesso, tanti pezzi nuovi (“Shame About Elle”, “Molotov Cocktail”, “Sticky Fingers” e naturalmente “What’s The Point In Anything New?”) e pochi dal primo album “First Comes First” (su tutti: “Panic Attack” suonata nel bis), con soddisfazione sia degli anglofili prima maniera con caschetto alla Liam Gallagher che di quelli di più recente acquisizione cresciuti a pane e Babyshambles.
All’uscita, un paio di considerazioni: a) i Paddingtons sono un po’ “outta time” (per dirla con Liam) e il sound che propongono, tanto in voga agli albori di questi nostri Anni Zero, appare oggi fatalmente superato da una scena UK che oggi appare più eclettica rispetto al passato; b) al BritPunk sta accadendo oggi quanto capitato, in fondo, al Californian Punk verso la fine degli anni ’80 quando grazie ai Bad Religion e altre band similari pervenne alla sua forma “classica”, da cui non si discostarono mai troppo gruppi successivi quali Green Day e Blink 182. Ed è esattamente così che suonano i Paddingtons oggi: avendo incorporato gli elementi migliori del sound dei Libertines, degli Strokes, degli Others, dei View ecc. ecc. hanno raggiunto una sorta di perfezione formale che però - sull’altro piatto della bilancia - non ammette alcuna evoluzione ulteriore o che elementi spuri la vadano ad intaccare.
E’ andata come è andata, e però tanto lo sappiamo che il 30 gennaio ci torneremo, al Rashomon, per la prossima serata Keep It Yours, che vedrà esibirsi gli esordienti londinesi Eight Legs, non da oggi dipinti come la “next big thing” del BritPunk. Sarà un’altra orgia di pork-pie hats, di melodie british a 300 all’ora e di maximum anglophilia a cui saremo ben lieti – per l’ennesima volta – di soccombere.
Articolo del
22/01/2009 -
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