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Grande invenzione, il rock italiano. Più per chi lo fa che per chi lo ascolta, però, dato che basta una infima briciola di talento per essere immediatamente sospinti in alto da, nell’ordine: radio e tivvù alla disperata ricerca di talento locale per riempire i palinsesti dato che i nomi internazionali spesso schivano la Penisola; pubblico che, poverino, ogni tanto ha anche voglia di canticchiare un testo nella lingua madre; stampa benevola che tanto è tutto un “magna magna” (come si dice nella Capitale). A beneficiare di tutto questo bendidio di opportunità, naturalmente, sono i soliti noti: i Britti, i Tiromancino, le Paole Turci, i "talentuosi" Morgan e, naturalmente, le Carmen Consoli. Volete le filastrocche in salsa pop? No problem, ci pensa Alex, gli vengono un pò arrovellate e inconsistenti ma tanto poi gli viene data una botta di heavy rotation e passa tutto. Desiderate un po’ di rock generico à la Cranberries cantato in italiano con testi pseudo…… (riempite voi i trattini)? Niente paura, questo è un lavoro per Carmen Consoli, che è una vera, lei, una che ha fatto la gavetta nelle osterie e nelle caverne, mica come la Valeria Rossi (a proposito: ce la rifarà? Non ce la rifarà? Tifiamo per lei…)……. Già. La Carmen da Catania, che ci siamo recati a vedere stasera. Peccato che il suo status di nuova icona rock nazionale stasera appaia un po’ declinante, almeno a giudicare dai vuoti che si intravedono tra gli spalti della Sud: quattro, cinquemila presenti, non di più. E non è particolarmente nutrito neanche il parterre di stampa et vip, dove si notano un paio di Tirimancini, un attempato ex-giornalista punk improvvisatosi biografo elogiatore della catanese rockettara, mamma e papà di Carmen e qualche imbucato di lusso. ---------------------- Salita sul palco poco prima delle 22, Carmen Consoli dimostra subito di avere poche frecce al suo arco. Anzi, in realtà solo una: il gruppo che le fa da accompagno, invero composto da solidi professionisti (Massimo Roccaforte, Santi Pulvirenti, Leandro Misuriello e Puccio Panettieri). Per il resto, la Carmen possiede due mosse (chinata alquanto rabbiosa sulla chitarra, tesa alquanto rabbiosa verso il microfono) e una voce. Quella. Che ad alcuni piace e che tantissimi altri invece non riescono a digerire (io, per esempio, dopo tre canzoni provo l’irresistibile impulso di estrarre il CD e riporlo in custodia). ----- Comunque. La rocker sudista passa in rassegna i brani del suo ultimo recente album “L’eccezione”, a partire da “Masino”, cantata nel dialetto delle sue parti, ma non disdegna di ripassare in rassegna il suo repertorio precedente, soprattutto i brani di “Mediamente isterica”, eseguiti in uno stile che potrebbe essere definito “the rock sound of 1989”. Detto che “L’ultimo bacio”, dal film di Muccino, non si può veramente più sentire dato che fa venire in mente il faccione di Stefano Accorsi e poco altro, e che “Confusa e felice”, nonostante la lirica da diario di Smemoranda (oltre, ovviamente, a “quella” voce), rocca e rolla mediamente bene, intorno alla metà del concerto (ore 11 meno e un quarto o giù di lì) si fa largo una certa noia. La Consoli e la sua band cercano di risollevare le sorti del concerto improvvisando una improbabile versione swing di “Volare” peggio di quella, già di bassa lega, eseguita da Macca al suo megashow dei Fori Imperiali. Poco più in là la Consoli azzarda un’altra cover, stavolta del classico jazz “My Funny Valentine”, talmente arrabattato che probabilmente Chet Baker si sta ancora rivoltando nella tomba. Quindi il colpo di grazia: Carmen chiama sul palco il concittadino “special guest” Mario Venuti (quello che cantava “Veramente”), ed insieme danno vita alla canzone congiuntamente scritta “Mai Come Ieri”. E’ qui che un concerto già di per sé lungi dall’essere un trionfo assume un’aria da festa strapaesana; e non riusciranno a farci cambiare idea le successive vigorose versioni di “Geisha” e, in sede di bis, “Stato di necessità”. Finisce così, con il boato di approvazione dei circa 5.000 presenti, gli applausi di papà e mammà e il nostro personale, contenuto disappunto per il mediocre spettacolo a cui abbiamo appena assistito. Durato, per la cronaca, la bellezza di 1 ora e 42 minuti esatti. Ma perché i concerti che ci piacciono durano sempre troppo poco e quelli di cui potremmo fare a meno vengono protratti senza requia?
Articolo del
01/07/2003 -
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