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Efficace, malinconica semplice o difficilissima la definiscono così la loro musica e come non essere d’accordo dopo averli piacevolmente scoperti su disco. Ed eccoci qui con una manciata di domande e una piacevole intervista per soddisfare qualche nostra e vostra curiosità su questa giovane e intensa scoperta firmata Novadeaf. Se la musica è il linguaggio, l'arte la comunicazione, l'universalità è il vostro obbiettivo. Queste le premesse sul vostro myspace. Un universalità di linguaggio sonoro ed ascoltatori? E se sì, perché? LUCA: La musica dei Novadeaf è di tutti e per tutti, non è elitaria ne settaria. Anche la lingua inglese in qualche modo va a servire questa logica, quella di rivolgersi ad un pubblico il più ampio possibile. FEDERICO: Anche perché ora come ora ammettere di inseguire l'universalità è il vero scandalo. Ora viviamo in un periodo in cui perfino una cantante da classifica come la Pausini dice di sentirsi una “sperimentatrice musicale”. Allora io decido di spiazzare tutti, facendo musica “per tutte le orecchie”. Già non mi sono mai piaciute le “nicchie”, gli intellettualismi, il fare i complicati tanto per. Se faccio arte è perché voglio comunicare, il resto sono solo pose. Un' intensa intesa nella band e una formazione che arriva da mondi musicali differenti: pregi, difetti e che cosa vi accomuna? LUCA: Credo ci accomuni una certa propensione di tutti verso la musica pop, nel senso più buono del termine. Un certo piacere nel lavorare su canzoni dirette, orecchiabili, o almeno comunicative. ERNESTO: Il difetto è che spesso si scende a compromessi. Il pregio è che li sappiamo accettare come una risorsa. FEDERICO: A volte può essere uno stimolo, a volte il fatto di non poter decidere tutto da solo può fornirti spunti espressivi inattesi. Poi, ci accomunano le canzoni, credo. Il credere nella forza di ciò che facciamo. Federico, un'esigenza di dare concretezza alle tue idee ti ha portato a formare il gruppo, che cosa hai cercato nei tuoi collaboratori? Che cosa ha trovato la tua musica in loro? FEDERICO: Bé, grazie a loro adesso mi ricordo di accordare la chitarra prima delle prove. Scherzi a parte, a differenza degli altri quattro, io sono l'unico che non ha alle spalle una lunga storia di studi musicali. Sono un musicista istintuale, ho iniziato a comporre ancor prima di saper suonare un qualunque strumento. In questo senso la band è un mezzo indispensabile per dare una veste “tecnicamente rispettabile” alle mie creazioni. Ma questo non è che una parte della questione. Una band ti fa crescere, ti mette di continuo di fronte al tuo lavoro, alla quantità di impegno che ci metti, ti crea dubbi, dando vita a un continuo movimento che ti impedisce di abbassare la guardia, creativamente parlando. Ci tengo alla mia band, perché mi permette di imparare un sacco di cose. Come scrivete i pezzi? FEDERICO: In vari modi. Quello più comune è che io porti in sala prove un modesto e scassato demo casalingo che ha già un abbozzo di struttura e di arrangiamento. A quel punto inizia il lavoro della band, con continui ritocchi al brano fino a che non ci consideriamo tutti soddisfatti. Altre volte, però, abbiamo lavorato in maniera diversa. E' importante non avere un metodo standard, non trasformare il processo creativo in una catena di montaggio. Una traccia del vostro disco a cui siete più legati e perché? FEDERICO: "Pass Me By" perché è quella più universale, e poi “The Cold Room” perchè ha l'arrangiamento più originale e perché mentre la scrivevo avevo i lucciconi agli occhi. ERNESTO: “October Sun” è il brano che ascolto più volentieri. Non ha tempo. Poi, parlando da tecnico oltre che da batterista, sono molto soddisfatto del suono di “Beautiful Things”. LUCA: “The Cold Room”... perché credo rappresenti il momento in cui i Novadeaf diventano i Novadeaf , dove la band inizia a partecipare seriamente al discorso creativo di Federico. Radiohead, R.E.M, U2 alcune delle vostre influenze, tre dischi a cui siete legati e che hanno influenzato la vostra musica? FEDERICO: Per limitarmi alle band che hai citato, l'album degli U2 che amo di più è "Achtung Baby", per i R.E.M. "Up", per i Radiohead "Ok Computer" (ma sono anche un grande fan di "In Rainbows"). LUCA: Vado in ordine casuale... Per i Radiohead “Kid A”, poi “The Way Up” di Pat Metheny, il “Quatuor Pour La Fin Du Temps” di Messiaen... ERNESTO: Da ascoltatore sono molto legato a “Ok Computer”, un disco pressoché perfetto nella sua intera composizione. Ma personalmente vengo da mondi differenti. Nasco col punk e cresco col cantautorato acustico italiano. Che cosa vi spaventa e che cosa vi affascina del "mondo artistico musicale"? FEDERICO: Mi spaventano le fotografie patinate di Rolling Stone e la sordità di certi addetti ai lavori. Mi affascina l'idea che una canzone possa creare una legame fra te e chi ascolta, un tipo di affetto strano, ma chiaro e percepibile. LUCA: Del mondo musicale mi spaventa il fatto che pare un circolo chiuso, impermeabile... ERNESTO: Soprattutto mi spaventa il cosiddetto mondo musicale “odierno”: mi spaventa la considerazione che se ne ha soprattutto in Italia. Quel che mi affascina è ovvio: la possibilità di dire la mia. LUCA: L'aspetto più attraente è soprattutto l'idea di poter pensare e lavorare sulla musica 24 ore al giorno senza avere altre occupazioni. Di che cosa vorreste parlare nel prossimo disco e di che cosa non parlerete mai? FEDERICO: Come autore dei testi, vorrei emanciparmi a poco a poco dalla dimensione quasi interamente privata, diaristica, che tuttora domina quello che scrivo. Mi piacerebbe far entrare un po' del mondo esterno nelle mie canzoni, riuscire a parlare della realtà collettiva, oltre che della mia realtà individuale ed intima. Ma scopro che non è affatto semplice. O meglio, non è affatto semplice farlo senza scadere in banalità. C'è un obiettivo in particolare a cui aspirate? LUCA: Che la nostra musica giri il più possibile, per essere ascoltata e conosciuta da quelle persone a cui potrebbe piacere. ERNESTO: Niente di trascendentale. Vorrei esser fiero di quel che faccio. Il vostro primo live ve lo ricordate, ce ne parlate? FEDERICO: La prima esibizione dei Novadeaf fu anche la prima esibizione della mia vita. Ricordo che ero rigidissimo, praticamente un blocco di marmo. Fermo davanti al microfono con le mani in grembo. Un mio amico soprannominò la mia postura “come quando mio padre mi sgrida”. Credo di aver cantato piuttosto male... LUCA: A quel nostro primo concerto vennero un sacco di amici di Federico che conoscevano già le canzoni perché lui li aveva assillati per mesi con quei suoi demo casalinghi. Ricordo che suonai il riff di un brano intitolato “The Good Guys”, loro lo riconobbero e partì una standing ovation che pareva di essere nella Wembley Arena. Non male come debutto... La vostra musica con tre aggettivi, quali e perché? FEDERICO: Diretta, eterogenea, malinconica. ERNESTO: Semplice, difficilissima. Efficace.
Articolo del
28/01/2009 -
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