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Sono scoccate da pochi minuti le ventuno quando, nella piccola ma piena Sala Petrassi si abbassano le luci lasciando in penombra il chitarrista che apre per il duo Lanegan/Dulli. Possono, oggi, un uomo e una chitarra catalizzare l’attenzione di molte persone con semplici accordi e una voce appesa a un sottilissimo filo? Sembra proprio di sì, il pubblico apprezza le composizioni, scarne, dirette, a volte di una pochezza tale, a mio avviso, da mettere a dura prova le orecchie e la pazienza di chi ascolta. Qualche maligno commento alle mie spalle, sintomo di insofferenza, indica che la mezz’ora di questo menestrello forse è stata eccessiva e soporifera, almeno per qualcuno. Il duo difficilmente avrebbe potuto scegliere un artista in viaggio per una rotta completamente opposta alla loro. Accordi delicati, un blues straziante, armonici pizzicati e accordature aperte sostengono la voce di Duke Garwood che sembra sussurrare qualcosa a sé stesso più che ai presenti.
Il cambio palco scivola via velocemente, poco dopo Lanegan seguito da “Man In Black” Dulli e un secondo chitarrista aggiunto si materializzano sul piccolo palco. Già alle prime note il pubblico si agita, urla e applaude ancor prima della fine dei pezzi, mostrando di conoscerli alla perfezione. Dulli si accomoda alla chitarra mentre Mark, al centro del palco, vive il live set in una dimensione del tutto personale. La sua postura è dritta, le mani tamburellano nervose (per il divieto di fumare?) sulle gambe immobili, lo sguardo vaga senza fissarsi mai su un punto, come se il Nostro fosse pervaso dalla paura di incontrare un suo simile, capace di leggere attraverso i suoi occhi, quasi sempre chiusi. L’unico varco per capire quest’uomo è rappresentato dalle liriche e dall’immensa voce.
Il set scelto per l’occasione è totalmente acustico. “The Stations” appare molto più sofferente e cupa, mentre alcuni brani scorrono sulle stese note di alcuni classici immortali, “All Along The Watchtower” intonata da Lanegan, e “Baby I’m Gonna Leave You” accennata da Dulli. Le takes, riviste sotto questa nuova luce, espongono la loro parte più intima a sguardi penetranti, permettendo di fissare l’attenzione sui particolari, sulle opposte timbriche dei due singer. Che il gruppo sia a suo agio in questo genere di cose appare ormai chiaro. A voler essere onesti, i momenti di stanchezza non mancano, non tutto il concerto scorre liscio. In alcuni pezzi a tre voci, i due intorno a Lanegan sembrano perdersi, mentre il titanico singer rimane un faro, verso cui dirigersi, nella notte. Una volta scaldate è impossibile resistere a quelle corde vocali, la profondità e il calore profusi sono da brividi, di quelli che corrono veloci su per la schiena. A metà show Mark intona “Resurrection Song” e in sala si sussulta, l’alchimia è ormai instaurata. Ancora una volta è la sua timbrica roca, un ibrido fra Tom Waits e Leonard Cohen, a dettare i tempi. “Kimiko Dream House”, “God’s Children”, "Tennesse Waltz" (Eagles), “All I Have To Do Is Dream” (The Everly Brothers) vengono sparate a raffica. I due si affrontano su tonalità diverse completandosi, e le sorprese non sono ancora finite. Greg si alterna al piano e all’armonica, dando una prova intensa e potente. Mark rimane, suo malgrado, al centro dell’attenzione. Nulla, però, sembra influire sulla sua concentrazione. Immobile, forte di corde vocali irrobustite chimicamente da vent’anni di sigarette e alcool, questo gigante usa la voce per riscaldare l’anima, irrorandola di emozioni inarginabili. Verso la fine del concerto, dopo alcuni generosi bis, il “trio” si distende, anche troppo, su ritmiche country e qualche classico ringraziando il pubblico, rapito e soddisfatto.
Greg Dulli continua a sentire l’urgenza di far scorrere ciò che ha dentro lasciando letteralmente esplodere la voce, Mark, al contrario, non ha bisogno di urlare per entrarti dentro, il suo canto abbatte ogni barriera, come uno tsunami emozionale incontrollabile.
Articolo del
29/01/2009 -
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