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INcoerente reunion (che propriamente reunion non è) per fini puramente lucrativi, INcosistenza artistica delle ultime uscite, INcapacità di bissare il successo della formazione storica. Sui nuovi Helmet si è detto un po’ di tutto, ma chiunque abbia assistito alla serata in questione non credo ne vorrà al mastermind Page Hamilton per aver recuperato un moniker sulla carta così scomodo. Rispetto al tour del precedente Size Matters, a rimpiazzare le star Frank Bello (Anthrax) e John Tempesta (Testament, Exodus, ma anche White Zombie e, ultimamente, i Cult) scorgiamo dei volti giovanissimi. La nuova band vede quindi, tra un Page Hamilton quasi cinquantenne e i tre allievi che lo accompagnano, un’affettuosa, quasi paternalistica alchimia che si traduce in rinnovata, sudatissima passione. Curioso ed efficace, per chi si è recato al Circolo Magnolia per la prima volta, si è rivelata l’alternanza delle diverse band fra il palco interno al locale e il tendone esterno; nonostante qualche pericolo di sovrapposizioni, le tempistiche per il cambio palco possono trarne sicuramente beneficio. Ma andiamo con ordine.
Alle 22.00 circa salgono sullo stage interno gli anonimi Disgroove, e ci si chiede immediatamente cos’abbiano mai fatto di particolare per meritare l’apertura ai ben più validi Totimoshi e, soprattutto, agli storici headliners. Il trio snocciola cliché punk-rock che di alternative, a discapito di quel che si legge in rete, non hanno proprio un bel niente, e che scivolano via senza lasciare il segno; dopo venti minuti decido di fare una puntata nella zona fumatori, aspettando con una certa curiosità di vedere all’opera, appunto, i misteriosi Totimoshi. Attesa ripagatissima, visto che la band immerge il tendone del Magnolia in uno sperimentale e caotico flusso di sanguigno rock ‘n’ roll, stoner, e qualche sporadico sprazzo di semi-improvvisazione. Tony Aguilar e Meg Castellanos, coadiuvati dal potente drumming di Chris Fugitt, salutano un pubblico più che convinto al termine di una performance in continuo crescendo, arrivando a oltrepassare i trenta minuti. Tony si ferma qualche minuto sul palco, giusto in tempo per ricevere gli applausi supplementari e i più svariati complimenti dalle prime file.
Con i Totimoshi ancora negli occhi, l’esibizione dei Fratelli Calafuria all’interno del locale viene colpevolmente ignorata dal sottoscritto, che preferisce invece rimanere nei dintorni del tendone. I roadies degli Helmet stanno infatti sistemando gli ultimi dettagli per l’imminente esibizione. L’attesa si protrae forse eccessivamente, e c’è chi scopre un piacevole passatempo per sé e per gli altri evocando ad alta voce, in maniera tutt’altro che devota, qualche santo. Finalmente le luci si spengono, ecco il quasi cinquantenne Page Hamilton, ecco i tre giovanissimi accoliti che lo supportano in tour. Si parte con Swallowing Everything, opener dell’ultimo Monochrome; il fatto che il disco più recente dei nostri avrà lasciato, a fine serata, solamente due pezzi nella scaletta completa (il secondo sarà On Your Way Down), conferma un’accoglienza piuttosto tiepida, soprattutto se paragonata ad un ingombrante passato. Dopo Renovation e la buona See You Dead (unico estratto da Size Matters) è proprio il passato ad irrompere con Ironhead, accolta in maniera a dir poco entusiastica da un pogo che si allarga a macchia d’olio. Inizia il blocco Meantime, dalla quale vengono estratti, in rapida successione TUTTI i brani tranne la sola Turned Out; la resa sonora aiuta non poco i monoliti chitarristici che rimbombano dalle casse, spezzettati talvolta dal dispersivo solismo (quasi jazzistico, a tratti) del leader. Da Role Model si passa dunque alla storica Unsung (forse in assoluto il singolo di maggior successo della band), cantata a squarciagola dai più, mentre appartiene ad una potentissima In The Meantime il compito di chiudere, almeno in teoria, il concerto vero e proprio. Ma qualcuno davvero abbocca ancora alle uscite di scena improvvise con un fugace saluto? No, e infatti dopo qualche coro riecco la band sul palco a rimpinguare la Meantime-mania con Give It, che però rallenta i tempi e, soprattutto, raffredda qualche animo di troppo dopo attimi di pogo forsennato. Si procede con Speechless, Tic, l’emozionante Wilma’s Rainbow (da quel Betty che si contende proprio con Meantime il titolo di capolavoro del combo) e soprattutto Milquetoast, che deve buona parte della propria popolarità alla soundtrack de Il Corvo. Le luci si accendono, ma Page viene praticamente “bloccato” sul palco dal pubblico, scende, firma autografi, scatta foto con i fan dimostrando la stessa umiltà da matricola dei suoi nuovi compagni di avventura. Molto più di un monito per tanti fiacchi e smemorati scimmiottatori dell’ultima ora.
Helmet Setlist: Swallowing Everything Renovation See you Dead Ironhead Role Model FBLA II You Borrowed Better He Feels Bad Unsung On Your Way Down Blacktop In The Meantime
Give It Speechless Tic Milquetoast
(Wilma’s Rainbow è stata eseguita nel finale pur non essendo presente nella scaletta ufficiale).
Articolo del
03/02/2009 -
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