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Roma è una città strana, caotica e tentacolare, incomprensibile come i flussi, umani, che prediligono alcuni locali anziché altri. Solo quindici giorni prima il Jailbreak, che ospitava per l’occasione i Tarantino Project, era strapieno, mentre stasera la mancata affluenza del pubblico e qualche intoppo tecnico costringono i gestori a spostare il concerto verso le ventitrè. In sala saremo state al massimo cento persone, infreddolite, sedute in attesa del funambolico pianista. A luci spente il trio, che accompagna Lee, sale sul palco preparando l’entrata trionfale di Matthew, in completo nero, stivaletto bianco di pelle e occhiali bianconeri. Avevo già assistito al suo pirotecnico show al festival blues di Tropea e anche stasera il nostro martellatore di tasti d’avorio non si risparmia di certo. Dapprima costringe gli spettatori ad alzare il culo dalle sedie per avvicinarsi al palco (d’altronde si tratta di fottuto rock and roll, non della prima alla Scala di Milano), poi si avventa voracemente sul pianoforte, dal suono brillante e coinvolgente. Il resto della band regge davvero bene il palco, nonostante l’acustica favorisca la batteria, che spacca i timpani, penalizzando così la chitarra, emersa raramente durante lo show grazie alla bravura dell’axeman. Sarebbe bastato equilibrare leggermente i suoni per fare decollare rendendolo più gradevole all’udito, ma questa battaglia con i fonici e l’acustica dei locali romani non avrà mai fine. A mettere d’accordo tutti però ci pensa Lee, capace di coinvolgere davvero tutti. Urletti, sorrisi, incitamenti sono le armi sfoderate dal “nostro”, che stasera non sbaglia un colpo, ripercorrendo cinquant’anni della storia del rock and roll. Le sue dita corrono imprendibili sulla tastiera, sfruttando tutti gli ottantotto tasti, usando anche i piedi se necessario, nella migliore tradizione del suo mentore Jerry Lee Lewis. Sono convinto che ogni sera, prima di andare a dormire, Matthew si spari i video del famosissimo pianista che negli anni cinquanta aveva infuocato e scandalizzato l’America per endovena. Lee ne imita pedissequamente ogni movimento, il modo di usare i piedi, la velocità con cui batte sui tasti e tutta una serie di movimenti che risultano già visti. Innegabile che sia in possesso di un’ottima tecnica, di una bella voce e sopratutto di una sua identità. Lee non scimmiotta Jerry Lee, ne porta avanti il verbo, lascia intendere di aver fatto tesoro capisce della lezione attualizzandola a suo modo. La scaletta è da urlo, si va da “Proud Mary” dei C.C.R all’omaggio a Modugno ("Volare") completamente stravolta nel chorus. Il resto sono l’indiavolata “Great Balls Of Fire”, la spiritata “When The Saints Go Marching In”, per toccare poi due punte di diamante di Ray “The Genius” Charles: “Hallelujah” e l’intramontabile "What’d I Say”, cavallo di battaglia capace di smuovere anche una montagna. Nei bis Lee si scatena scaraventando indietro lo sgabello, sul quale fino a pochi minuti prima stava seduto, per suonare il piano al contrario e poi da terra conquistando definitivamente il pubblico.
Articolo del
05/02/2009 -
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