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In una gelida serata romana il Circolo degli Artisti presenta “Roma città violenta”, affidando alla musica di tre band italiane il compito di dar vita a questo progetto. Davvero poche persone al Circolo stasera, complici un freddo micidiale e il concerto, a pochi metri di distanza, degli storici Damned, accompagnati dai Pirate Love. Aggirandomi per la sala incontro Vito (Ufomammut) in vena di chiacchiere. Mentre diamo uno sguardo alle opere di Malleus, Vito mi dice che faranno un set di un'ora abbondante e che hanno intenzione di spostare l’asse della band, anche se per ora non vuole rilasciare nessuna compromettente anticipazione in merito. Intanto il pubblico si raduna lentamente sotto il palco, mentre l’ingresso di un roadie lascia intendere che da li a breve il concerto avrà inizio.
Dopo pochi minuti i Lento guadagnano il palco disponendosi uno a fianco all’altro. L’opening act è un maglio duro e impietoso, le tre chitarre in avanti, affiancate dal basso distorto, formano un muro sonoro quasi insostenibile. Isis verrebbe da dire, ma i Lento hanno una propria identità. Alternano trance indotta da rumori di fondo, ”Hadrons”, ad accessi di violenza sonica, con una scioltezza che non ha nulla da invidiare a band dai nomi altisonanti, “Need”. Ottima esibizione che pesca a piene mani sia dal passato che dal presente.
Il tempo impiegato per il cambio palco dura lo spazio di pochi minuti ed ecco che lo scenario cambia. Due bassi e una batteria. Sono i Morkobot, autori dell’ultimo ottimo album “Morto”. Tecnica precisa, ingressi taglienti e basso suonato come una chitarra sono i punti di forza di questo trio bizzarro. I Morkobot amano giocare con i ritmi, attraverso gli stacchi corteggiano il jazz affidando una parte complicata alle pelli, molto incisive, mentre i due terzi rimanenti hanno lo spazio necessario per scambiarsi i ruoli, rendendo lo spettacolo davvero molto emozionante. Bassi distorti, pedaliere particolari e grande capacità di stupire segnano il goal decisivo per questa band. Promossi a pieni voti.
Infine, dopo un ulteriore attesa, alle spalle del palco ecco un’amplificazione, a colonna, mostruosa. Gli Ufomammut si preparano ad attaccare. Li avevo già visti nell’aprile scorso, insieme ai Lento, anche questa sera non posso che lasciarmi trascinare dalla pachidermica potenza del loro sound. Vito, alla batteria, Urlo alla chitarra e Poia al basso s’incastrano alla perfezione. Il concerto dura un’ora e poco più ma sembra filare via in un nanosecondo. Il livello di rumore prodotto è identico alla massa granitica della dimensione di un monolite, lanciata contro una parete di cristallo. Il trio passa addosso a tutto, come uno schiacciasassi. La distorsione di basso e chitarra si corteggiano unendosi al drumming essenziale di Vito. Poia, un tutt’uno con il suo strumento, ricama trame avventandosi sul moog taurus e sugli effetti “space” che rendono la musica degli Ufomammut ipnotica. In alcuni brevi passaggi sembra che il fantasma di un mammut si aggiri per gli immensi e desolati spazi dell’universo, lanciando un “urlo” spaventoso. I brani si susseguono velocemente, scelti qua e la fra le composizioni dei vari dischi, mentre Poia si produce in un “canto” profondamente sepolto nel missaggio, tanto da farlo sembrare uno sciamano in trance. Tratti psichedelici, trame possenti e una sensibile dose di stoner, prodotto dal rifferama di Urlo, completano il volto di questa band, esportabile all’estero senza alcun timore reverenziale.
Articolo del
15/02/2009 -
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