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Il Glastonbury Festival e` per gli amanti della musica una sorta di paradiso. Anzi, senza sorta, un paradiso tout court. Fonte di continua, perenne tentazione e dunque di sicura dannazione. Una tortura insomma. Una piacevolissima tortura. Sia fisica che mentale. Fisica perché gli stage principali in cui si tengono i concerti sono ben sette, (Pyramid Stage, Other Stage, Acoustic Stage, New Tent Bands, One World Stage, Dance Tente, Avalon Stage), e l’uno più lontano dell’altro, mentre i concerti si susseguono interminabili dalla tarda mattinata fino a notte fonda. E se all’inizio si salta di qua e di la` come dei grilli, dopo un pò, complici il caldo, la folla e la stanchezza, si comincia a cedere il passo. Ed e` qui che subentra la tortura mentale. Perché quanto tu più cerchi di organizzarti la giornata in modo da vedere più concerti possibili, tanto più ti accorgi che sono più le cose che hai perso che quelle che sei riuscito a vedere. A volte devi fare delle rinunce clamorose, altre invece magari meno eclatanti ma altrettanto frustanti. Per esempio. Riusciamo a vedere i Mogwai dopo aver ascoltato il loro ultimo (splendido) album. Meglio di così si muore, eppure…. eppure, a dieci minuti di camminata, (se si tiene un buon passo), stanno suonando i Yo La Tengo. Oppure. Vedere i Radiohead a Glastonbury è occasione più unica che rara. Lo facciamo, infatti, eppure prima di addormentarci, segretamente, ci confessiamo che anche il concerto dei Lamb non sarebbe stato niente male. E cosi` passando per altre coincidenze al limite del suicidio, tipo tanto per citarne qualcuna: Beth Gibbons & Rusin Man-Grandaddy; Primal Scream-Morcheeba-Rem-Fat Boy Slim-Death in Vegas; Tricky-Sigur Ros. Il quadro ci sembra abbastanza chiaro, o no? Tale abbondanza dunque disorienta, ma non va fraintesa. Perché per suonare a Glastonbury la qualità della musica spesso non può bastare. Si prendano per esempio i bravi, bravissimi Interpol costretti, poverini, a suonare sabato alle 17,30 con un sole che spaccava il culo ai cardellini. E loro tutti vestiti di nero, laccati, seriosi, con quel sound diciamo cosi` poco solare. Malgrado loro, decisamente fuori luogo. Ma a parte il look, l’humour e il tempo, che quest’anno fatta eccezione per la mattinata di Venerdi, e` stato benevolo, altri sono i fattori che possono determinare la riuscita o meno di un concerto. Il Glastonbury Festival, con i suoi 33 anni, ha alle spalle una storia unica e irripetibile, durante la quale ha maturato un determinato “spirit” che tende a privilegiare esibizioni meno composte, poco educate, piu` primitive, bizzare. Ne sanno qualcosa i Flaming Lips che, agevolati da una naturale sintonia, regalano uno show indimenticabile, tra i più belli di questa edizione e forse di sempre. Con quella miracolosa capacita` di non prendersi mai sul serio. Con quel sound onirico, giocoso, elaborato che sembra sempre di ascoltare per la prima volta. L’esecuzione di “Happy Birthday” e` da enciclopedia. Avremmo voluto piangere se non fosse stato per quel qualcosa in più che Glanstonbury chiede, pretende e che i Flaming Lips hanno dato. Vale a dire una coreografia pazzesca che, come ha scritto l’inviato del Guardian, sembrava una protesta contro gli OGM. Ovvero venti pupazzoni giganti e danzanti. Paperozze, porcelloni, conigli ecc. ecc. Uno show al quale tra l’altro si poteva partecipare rispondendo in quindici parole al seguente quesito ideato da Wayne Coyne e diffuso dalla rivista “Q”: <> (fine seconda parte).
Articolo del
14/07/2003 -
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