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Non è, quella odierna dei Wire, la solita rimpatriata per canuti nostalgici estimatori del tempo che fu. In tutti questi anni Colin Newman, Graham Lewis e Robert Gotobed alias Grey non hanno infatti mai smesso - in gruppo o in solitario e spesso senza grande risalto da parte dei media - di proporre musica spesso ostica, a volte imprevedibile ma sempre comunque dotata di una consistenza al di sopra della media. Non è neanche vero – come la “generazione Simon Reynolds” potrebbe essere portata a credere – che l’impatto dei Wire si fermi al monumentale trittico di fine anni ’70 (“Pink Flag”, “Chairs Missing” e “154” ovviamente) con cui stilarono l’ABC del post-punk britannico: la produzione per la Mute di fine anni ‘80 (“The Ideal Copy”, “A Bell Is A Cup...” e “Manscape”) è quasi altrettanto imprescindibile senza essere ugualmente celebre, e i due recenti album “Send” e “Object 47” fanno trangugiare polvere a parecchi dei gruppi della cosiddetta nuova ondata “angolare”.
Non sono più dei giovanotti, questo è vero: il calvo Gotobed va per i 60 e Colin Newman (55 anni) con i suoi occhialini da miope pare un professorino delle superiori. Il 56enne Lewis, per contro, si presenta palestrato e in perfetta forma, mentre al posto di Bruce Gilbert (che alla veneranda età di 63 anni ha sapientemente deciso di gettare la spugna) è stata chiamata Margaret Fiedler McGinnis, già chitarra dei Moonshake e dei Laika.
No, non sono più quelli del Roxy a Londra W2, ma certo art-rock nevrotico e angolare lo suonano – ancora – come solo in Paradiso.
Non fanno più dal vivo, i Wire del 2009 (ma perché allora non tornare a chiamarsi Wir, come già accaduto nel ’91 dopo la prima dipartita di Gilbert?) due brani mitici del punk-rock che fu come “Outdoor Miner” e “I Am The Fly”. Ed è giusto così, perché come asserito in partenza, quella di oggi NON è la solita malinconica reunion, ma solo una nuova tappa di Newman, Lewis e Gotobed che continuano a perseguire la loro personale (peculiare) estetica art-rock, profondamente influenzati – oggi come allora – dalle “strategie oblique” di eniana memoria. Spazio quindi a “Our Time”, “Mr. Marx’s Table”, “Comet”, “The Agfers Of Kodack”, “Mekon Headman”, “Perspex Icon”, “All Four” e “One Of Us”, brani del nuovo millennio che hanno il pregio di non sfigurare suonati fianco a fianco a perle intramontabili quali “Being Sucked In Again” e “106 Beats That” (da “Pink Flag”), “Silk Skin Paws” e “Boiling Boys” (da “A Bell Is A Cup”) e a quello che è (forse) il classico dei classici del post-punk inglese, quella “The 15th” (da “154”) la cui esecuzione per l’ennesima volta lascia a bocca aperta il folto composito pubblico del Circolo, composto da avventori che vanno dagli zero (e sì, perché c’era anche una ragazza incinta...) ai cinquantacinque anni di età. Chiusura con la ruvida “I Don’t Understand” dal primo volume degli EP “Read & Burn” durante la quale Lewis si trasfigura in un temibile hooligan, ma poi arrivano due bis da sogno che includono “Pink Flag”, “12XU” e nientemeno che “Lowdown”, gemma di punk settantasettino che all’epoca rese chiaro a tutti quale oceano di distanza ci fosse tra i cerebrali creativi Wire e mediocri gruppi coevi alla Sham 69.
Non avrebbe avuto senso a quel punto attendere un'ulteriore mezz’ora (inizio ore 00.30: ragazzi scherziamo?) per la prevista esibizione degli emergenti Metronomy dopo aver visto un concerto così. Puntuali, ostinati e rigorosi, i Wire nel 2009 – possiamo confermarlo - sono e restano un’implacabile macchina da guerra.
Articolo del
05/03/2009 -
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