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Nel 1978 cantavano di “nostalgia for an age yet to come”, guardando al futuro e alle sue mirabolanti promesse. Ma ora che quell’epoca – l’era del primo punk: quale sennò? – è arrivata, ha travolto tutto e tutti con la sua furia da “anno Zero” ed è rifluita come la marea, la nostalgia dei Buzzcocks è vera, è tangibile, ed è rivolta al loro (grandioso) passato. Ebbene sì, è revival.
Questo sono oggi i Buzzcocks, il formidabile quartetto di Manchester che nel 1977/78 prima diede vita all’etica del DIY e poi poppizzò il punk-rock incidendo una sequenza di singoli irresistibili che giunsero in vetta alle classifiche, alcuni dei quali restano impressi nella memoria collettiva (grazie anche ai Fine Young Cannibals che la coverizzarono, chi non conosce “Ever Fallen In Love”?): due maturi signori + una giovane sezione ritmica che ripropongono i classici dell’epoca d’oro. E ciò nonostante, dopo la reunion del 1993, abbiano pubblicato ben cinque album di materiale nuovo di zecca, che però stavolta preferiscono lasciare da parte. E sì: i Buzzcocks non sono come i Wire che anche a trent’anni di distanza dagli esordi seguitano a sperimentare inedite soluzioni sonore, ma restano risolutamente ancorati all’anno di grazia millenovecentosettantotto.
Eppure è bene esserci lo stesso, a questa serata. Perché il locale, il nuovo BlackOut Rock Club in Via Casilina, è accogliente, moderno e dotato di una buona acustica; perché il pubblico accorso all’evento è folto e variegato (per tipologia e per età) e quando poga e fa slamdancing resta sempre nei limiti della creanza; e perché i Buzzcocks stasera hanno in programma un set particolare in cui eseguiranno integralmente i primi due album appena ristampati dalla EMI (“Another Music In A Different Kitchen” e “Love Bites” entrambi del ’78) in linea con l’attuale tendenza di rivisitazione dei classici, à la Sonic Youth con “Daydream Nation”, Lou Reed con “Berlin” e Van Morrison con “Astral Weeks”. Infine, è giusto esserci perché lo suonano dannatamente bene oggi i Buzzcocks, quel loro pop-punk d’annata, certamente meglio di quanto non sapessero fare trent’anni fa anche se l’adrenalina e l’impatto scenico non sono più gli stessi. Tony Barber (nuovo bassista in luogo dell’”originale” Steve Garvey) e Philip Barker (il batterista che ha preso il posto di John Maher) sono inappuntabili; ma se Steve Diggle, ex-bassista oggi chitarrista, continua ad essere l’anima casinara del gruppo - costantemente sorridente con quei lineamenti da eterno ragazzino che paiono rubati ad un personaggio di Dickens – l’unica nota stonata di stasera è proprio il leader, nonché principale vocalist, Pete Shelley, che appare imbolsito, invecchiato anzitempo e quasi in uno stato di stordimento. La voce, quella, è sempre la stessa, da monellaccio pronta a fartela dietro alle spalle, ma si sa che anche l’occhio vuole la sua parte...
Comunque i Buzzcocks rispettano le promesse e suonano “Another Music In A Different Kitchen” e “Love Bites” con i brani nell’esatto ordine in cui compaiono sugli album, partendo da “Fast Cars” per chiudere la prima parte del set con “Late For The Train”. Una bella ripassata, non c’è che dire. E una buona occasione per restare ancora una volta elettrizzati (e dal vivo!) dalla furibonda “You Tear Me Up” - firmata da Howard Devoto prima che lasciasse i Buzzcocks per formare i Magazine -, dal Mod Sound della magica “I Don’t Mind”, dalla marziale “Autonomy” cantata da Diggle, e dall’immortale melodia di “Ever Fallen In Love” che tutti - proprio tutti - non possono fare a meno di pogare e/o cantare in coro.
Ma la vera baraonda si scatena nel bis composto di ben sette brani, tra cui cosucce non proprio da niente come “Promises” e “Whatever Happened To...?” e – soprattutto – “Orgasm Addict” e “What Do I Get”, fulgidi esempi di punk minimale primigenio che non mancano mai di provocare sconquassi psichico-fisici nell’ascoltatore. Dopodiché i Buzzcocks si dileguano, non prima che Pete Shelley lanci verso il pubblico un’occhiata marpiona di sottecchi come a dire: ragazzi, questo era quello che c’eravamo inventati noi trent’anni fa; provateci voi adesso, se ci riuscite.
E d’accordo, sarà pure revival, ma come non esserci dopo che “you tried it just for once found it all right / for kicks / but then you found out that it's a habit that sticks”? Riferendoci alle immortali canzoni dei Buzzcocks, naturalmente. Perchè, che avevate pensato?
Articolo del
13/03/2009 -
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