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Arrivano i Cassius al Brancaleone, o meglio un Cassius (Philippe Zdar per la precisione), e il club romano torna a riempirsi di gente dopo un mese di inattesa carestia di pubblico, durante il quale è stato semi-snobbato persino un talento indiscutibile come Nathan Fake. Saranno i segni della crisi economica, la crescente concorrenza nel territorio capitolino o l’aumento dei prezzi… probabilmente niente di tutto ciò, perché basta un nome di grido e il motore della passione ballerina si riattiva, reboante e ustionante.
I Cassius sono fra i pochi combi francesi ad aver retto, seppur minimamente e con inevitabile fatica, il confronto con i Daft Punk e non si sono lasciati abbattere dalle rughe del tempo e di un genere, come la French House, che pretende un uso di silicone e chirurgia plastica ingente. Il dj-set di Zdar è il meglio che possa offrire la piazza francese in tema di disco-music, alla faccia di tutta la nuova scuderia Ed Banger e di Justice e cloni. Non è solo un fatto di esperienza, anzi, si tratta di classe, talento o come dir si voglia: avere la musica nel sangue. Musica di ogni sorta, senza distinzioni di razza, senza pregiudizi, purchè sia bella e ricca di groove. Il Cassius si diletta ai piatti con estrema fluidità e capacità di raccontare; un antico pregio del dj-ing che si va piano piano perdendo. I richiami e i ricami elaborati da Zdar tendono ad appoggiarsi l’un l’altro come capitoli di un romanzo di formazione; ci narrano la storia del ritmo e della melodia con accento molto francese, naturalista e positivista. Questa indole narrativa (memore dei tempi di Levan, Francois K, Knuckles e i grandi del settore) non asciuga la possenza del groove, che però si tinge di rosa, fucsia, colori sgargianti, accattivanti ma non cattivi, e sbianca ogni tonalità di black (i riff di chitarra di pezzi funky disumanizzati e ridotti a feticci, a bambole gonfiabili senza carne e ossa). L’atmosfera ricorda la copertina di SuperDiscount di Etienne de Crecy (con il quale Zdar collabora nei Motorbass), sexy e carnevalesca, mistica ed accecante. Tutta la seriosità e il ragionamento vengono nascosti dietro un muro di gomma da masticare al sapore di fragola. Trattasi di “pink house”, o “house in pink” (che però fa pensare al sesso del dj), un sound che è parodia della lingerie firmata Valeria Marini; è un inno alla gioia e un teniamoci per mano con i violini di Eleanor Rigby dei Beatles che rintoccano il crescendo del beat e i figli dei fiori che perdono i capelli e si fanno la ricrescita.
Il pubblico femminile è accorso in grande quantità, un segno in più della tinta pink assunta dalla French House, e nessuno è in grado di tenere le articolazioni a bada. Siamo tutti Michael Jackson.
Articolo del
24/03/2009 -
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