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…Una lezione di stile invece l’hanno data i Radiohead. Thom Yorke e compagni, di fronte ad una platea oceanica, alleggerendo il loro sound dai consueti toni apocalittici e disperati, hanno offerto una performance grintosa, scattante, inquieta eppure immersa in una leggerezza, in una soavità che sarà difficile, impossibile dimenticare Stupire dunque. Abbandonarsi al mood sballato del festival. Uscire dai propri ruoli di idoli pop (anche se qui non sono mancate le folle giubilanti e strappacapelli) e reinventarsi, mettersi in discussione in quell’ora o poco piu` di musica a disposizione. Cosa che sono riusciti a fare i Radiohead, piuttosto che gli attesissimi Rem o la leggenda reagge Jimmy Clliff. I quali, fatta eccezione per l’inspiegabile look da Nosferatu sfoggiato da Stipe, appunto si sono limitati ad essere se stessi. Il che, come si e` detto, anche se sei i Rem o Jimmy Cliff puo` non bastare. Una lezione di stile invece l’hanno data i Radiohead, che hanno chiuso la serata di Sabato. Thom Yorke e compagni, di fronte ad una platea oceanica, alleggerendo il loro sound dai consueti toni apocalittici e disperati, hanno offerto una performance grintosa, scattante, inquieta eppure immersa in una leggerezza, in una soavità che sarà difficile, impossibile dimenticare. Perfettamente in equilibrio poi l’alternanza tra melodie scarnificate, desolate, e metafisiche e incursioni elettroniche più fisiche, meno pensate e pensierose. Bello anche lo show di Moby che ha chiuso il festival con un pastiche godibilissimo e altamente danzabile di techno, chitarre e soul music. E svelando alla fine un piccolo mistero del festival che circolava da giorni. Alla fine infatti è stato lui, dopo che erano stati fatti i nomi dei Primal Scream, Supergrass e Rapture, ad eseguire “Creep” dei Radiohead. Ma Glastonbury non e` stato soltanto il festival dei grandi nomi, siano essi i Rem, Radiohead, Moby, Morcheeba (lei a proposito, Venerdì sera al One World Stage, più in forma che mai con un taileur rosso da capogiro). E` stato anche il festival della musica da hits tipo Macy Gray, Sugababes. Dei cloni piu` o meno riusciti dei White Stripes. Della musica fighetta tipo i Music - che hanno suonato al posto degli Zwan - Feeder, Suede, Doves. Del buon pop che per fortuna non muore mai (Turin Brakes, The Coral, Supergrass, ma soprattutto David Gray in eccellente forma). Di quella sperimentale (il vecchietto John Cale relegato in mezzo ai giovanotti della New Tant Bands). Di quella spirituale dei Sigur Ros. Di quella che ti mette di buon umore (Lemon Jelly). Di quella multietnica (Asian Dub Foundation). Delle nuove band da tenere d’occhio (Kings of Leon, My Morning Jacket, The Rapture. Questi ultimi in particolare con un rock indie a meta` tra funk e punk, veloce e distorto, piacevolmente distorto ai limiti e pure oltre i limiti della ballabilità. Di quella dello charme e dell’eleganza (Beth Orton, Beth Gibbons & Rustin Man, Richard Thompson). Di quelle che ancora presto per parlarne (The Basement). Di quella che lo vedi che la classe non e` acqua (Mogwai, Primal Scream, Yo La Tengo, Granddaddy, Calexico che regalano una piccola cover di “Neon Golden” dei Notwist). Di tutta quella che, per evidenti motivi di spazio, non possiamo parlare. Anche perché, dopo aver menzionato tanta musica, vorremmo riservare queste ultime righe per ricordare anche quella che purtroppo non c’é più: quella di Joe Strummer, scomparso il dicembre scorso, che naturalmente il Glastonbury Festival non si è dimenticato di celebrare dedicandogli una “memorial stone” scelta da Mr. Eavis in persona e posta nel cuore spirituale del festival, il Green Fields. Nostalgia certo, ma anche, soprattutto, un monito per chi, negli anni venire, passera` da questa parti per fare Musica.
Articolo del
18/07/2003 -
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