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(segue dalla 1a Parte)
4. Cile. Punta Arenas, la nostra prima tappa in Cile, è un posto molto particolare. Un posto che unisce il fascino dell’isolamento e della semplicità tipiche di questa parte del mondo ad un po’ di cultura ed a qualche minima pretesa in più, con una bella piazza su cui si affacciano diversi palazzi con un po’ di storia, con alcune chiese e addirittura con qualche museo ricavato in vecchie dimore di nobili e di viaggiatori europei. Arriviamo lì di sabato sera. Chissà cosa faranno i cileni il sabato sera.
Dopo una cena spartana da Lomit’s, l’unico posto al mondo specializzato in cheeseburger in cui non fanno patatine fritte, andiamo verso il Madero, un bar su una terrazza con musica dal vivo. La gente che si trova in questo posto è assolutamente incredibile. C’è Patrick, il PR che presenta i vari gruppi che si alternano sul palco, che sembra uscito da una discoteca di Milano, perfetto in giacca, jeans e camicia un po’ aperta. E arrogante al punto giusto. C’è un cantante tutto vestito di pelle e atteggiatissimo dietro i suoi occhialoni da sole e i capelli ingellati che sembra una caricatura di sè stesso e che propone melensi pezzi pop in spagnolo. E poi c’è la gente che riempie il locale. Si va dalle ragazzine ai signori di settant’anni che ballano come dei pazzi. Fino a uno identico a Borat. Anche lui preso benissimo e spinto da uno dei più vecchi a molestare più o meno tutte le ragazze. Poi ci spostiamo al piano terra del palazzo. In quella che forse è l’unica discoteca della città. Ovviamente si riempie a un’ora improponibile. E ovviamente una buona metà della musica è in spagnolo. Ma è comunque una bella serata.
Dopo un paio di giorni a Punta Arenas, ci spostiamo verso nord. Affittiamo una macchina e ci fermiamo una notte in una estancia a cui si arriva solo dopo un paio d’ore di sterrato. Siamo veramente in mezzo al nulla. A pochi metri da un’ansa di mare, con tutt’intorno praterie e sullo fondo montagne innevate. Il pomeriggio lo passiamo a cavallo ad esplorare i dintorni con il cuoco uruguayano del posto. E’ bellissimo come la pampa, che dalla macchina sembra soltanto un pianoro tutto uguale e senza vegetazione, si riveli invece pieno di sorprese, di piccole valli più verdi e riparate dal vento, di ruscelli e di scorci notevoli. Come quello che si ha, ormai sicuri al trotto, andando dritti verso il sole su un promontorio a picco sul mare, cercando di avvistare qualche balena. La serata all’estancia è la più semplice di tutto il viaggio ma anche una delle più belle. Alle undici staccano il generatore di corrente e tutti a dormire. Quindi si cena presto. Ottimo cibo, vino, e poi raggiunti al tavolo con una bottiglia di whisky dal cuoco a parlare di tutto. A rendere perfetto il tutto, cd dei Cure e dei Beatles. Alla fine, quando arriva il furgone con i rifornimenti, aiutiamo anche noi a scaricare le provviste. Ormai, sarà quanto si sta bene, sarà il whisky, siamo quasi del posto anche noi.
La mattina dopo, lasciare quell’angolo di mondo di semplice bellezza e di pace assoluta è davvero difficile. Ma dobbiamo andare a lasciare la macchina a Porto Natales, un paesino ai piedi delle montagne più a nord, e da lì proseguire per il massiccio del Paine. Fra l’altro, già lasciare la macchina si rivela più difficile del previsto. Contando che le agenzie sono solo in certi posti e non a Porto Natales, praticamente avevamo pagato due ragazze dell’affittamacchine per venire a Porto Natales e riportare indietro la nostra Yaris. Con tanto di scambio dei cellulari. Appuntamento mancato davanti alla chiesa principale. E consegna della macchina al cameriere di un ristorante che conosceva le ragazze. Insomma, un attimo approssimativo.
L’ultima tappa in Cile è il massiccio del Paine. Una serie di picchi e di torri di roccia che si buttano verso le nuvole in mezzo a ghiacciai ed a laghi di un azzurro gelido. Noi, consigliati da Tito, una guida di un entusiasmo trascinante che avevamo conosciuto a Punta Arenas, decidiamo di fermarci tre notti. Tito diceva che camminare in mezzo a quella natura così potente e selvaggia può portarti a provare il pachamama. Qualunque cosa sia il pachamama, sembra una cosa molto simile alla felicità. Ci proveremo. Ma la ricerca del pachamama inizia subito male. Il bus che ci porta al parco si rompe dopo pochi minuti. E inizia una lunga attesa di un nuovo bus che ci venga a recuperare. Come sempre, nessuno è particolarmente disturbato dall’attesa. E, ormai, anche per noi l’attesa è un momento in cui conoscere altre persone ed altre storie. Ormai abbiamo pazienza.
Il giorno dopo, ci imbarchiamo in una camminata di una quindicina di chilometri, fra fiumi, laghi e, alla fine, le pendici delle montagne. La nostra attrezzatura è abbastanza ridicola e poco adatta ai percorsi di montagna. Scarpe da ginnastica, jeans, giacca non impermeabile e sacchetto della spesa con un paio di panini, un po’ di cioccolato e una bottiglia d’acqua. Quando siamo esattamente a metà percorso e quindi lontano da tutto, ci sorprende un’improvvisa bufera di pioggia mista a neve. Ci pensiamo un attimo. Andare avanti, arrivare fradici al rifugio e poi tornare in qualche modo alla nostra posada. O tornare indietro subito, e piuttosto arrivare fradici ma dove abbiamo un letto, una doccia e dei vestiti asciutti. Meglio la seconda. Torniamo indietro, sempre inseguiti dalla pioggia. Appena rallentiamo o ci fermiamo un attimo ci raggiungono subito le prime gocce. Poi incontriamo un neozelandese che va dritto verso la bufera. Da solo. Gli sconsigliamo di proseguire. Lui risponde tranquillo. Once I was told: when the weather goes to shit, keep going. Contento lui. Anche se magari vivrà il pachamama. Noi, invece, anticipiamo la partenza di un giorno. Il tempo non accenna a migliorare. Fa un freddo fottuto. Nel posto dove dormiamo non c’è neanche il riscaldamento. E l’unica cosa che ci resta da fare è attaccare la piccola cassa dell’i-pod e giocare a scacchi. Senza musica sarebbe veramente una tristezza infinita. Il pachamama sarà per un’altra volta.
Così, il giorno dopo, con altre lunghe, fredde e piovose attese ed altre ore di bus, torniamo in Argentina. In Cile siamo stati bene. Siamo stati solo un po’ tanto sfigati alla fine. E quindi, è normale che quando arriviamo alla frontiera, un po’ contenti lo siamo. E, sarà un caso, appena il tempo di superare a piedi i controlli e rientrare in Argentina, il sole apre le nuvole e un arcobaleno si impadronisce del cielo.
5. La risalita verso nord è lunga. Viaggiando di notte sugli attrezzatissimi bus con poltrone-letto, cibo e dvd, però, non è poi così male. Certo, la puntualità non si può chiedere troppo. Però nelle lunghe ore di trasferimenti si possono vedere paesaggi suggestivi e si riesce comodamente a dormire. Poi, può capitare che, fra un film e l’altro e qualche cd di musica popolare, quello seduto dietro di te prenda la sua chitarra e si metta ad arpeggiare e cantare. Tendenzialmente canzoni tristi. O che un signore qualsiasi si metta a raccontarti del suo ultimo viaggio sulle orme di Magellano insegnandoti più cose di quelle poche che pigramente abbiamo letto sulla guida. Quindi sì, non è per niente male.
La prima tappa è El Calafate. Paesino sulle sponde di un lago in cui si gettano alcuni fra i più famosi ghiacciai del mondo. La città è davvero particolare. Oltre ad una via pulita, piena di negozi, agenzie e ristoranti, dove tutto il giorno o quasi (almeno tutte le volte che ci passiamo noi) gira il greatest hits dei Cure da alcuni altoparlanti nella zona del mercato artigianale, tutto il resto è provvisorio e indefinito. Strade sterrate che finiscono nel nulla. Case in costruzione ovunque. Decine o forse centinaia di cani randagi che ti si accodano mentre cammini scodinzolando fino a che non trovano un nuovo padrone temporaneo. Qui, come ormai ci capita in ogni posto, anche noi ci affianchiamo ad alcune persone per un paio di giorni. E, come sempre, è il caso a farci imbattere nelle nostre nuove compagne di viaggio. Loro un bus perso per due minuti. Noi una sveglia non sentita. E mezz'ora dopo siamo insieme su una macchina per andare a vedere il Perrito Moreno. L’unico ghiacciaio che continua a crescere al mondo. Ed uno spettacolo che toglie davvero il fiato. Sia costeggiando in barca l’impressionante muro bianco alto più di sessanta metri. Sia camminando dall’alto e vedendo l’immensa lingua di ghiaccio buttarsi nella nebbia stretta fra due montagne. Senza fine. Uno pensa, o almeno io pensavo, un ghiacciaio è proprio una cosa da cartolina. Magari anche gigantesco. Ma immobile. Statico. E invece no. Continuamente, un rumore di tuoni scuote il silenzio delle montagne e del lago, seguito dal distacco di pezzi di ghiaccio che si buttano nelle acque gelide. Non avevo capito niente. E’ tutto tranne che statico.
La sera, poi, usciamo a cena e a bere con le due ragazze. Una canadese, molto carina, ed una israeliana, molto meno carina. Si parla un po’ di tutto. Poi, quando esce il discorso musica, mi gioco le mie scarse conoscenze di gruppi canadesi. Ci provo con i Sunset Rubdown di cui, più o meno per caso, conosco un album. Forse il loro unico album. Intanto lei, però, mi dice di come un ragazzo, per piacerle, deve essere assolutamente interessante e intelligente. Tutto il resto non conta. Forse dei Sunset Rubdown non le interessa un cazzo.
Seconda tappa, dopo quasi un giorno di pullman e soste a Rio Gallegos e Trelew, Puerto Madryn. Finalmente al mare e finalmente al caldo. Anche se caldo e mare sono due parole che, da queste parti, devono stare a una certa distanza. Ci prendiamo un giorno di pausa. E’ domenica, c’è tantissima gente in giro. Sul lungomare c’è un po’ di tutto. Anche un gruppo con tanto di batteria e amplificatori che raccoglie qualche moneta. Ci piazziamo in spiaggia, proviamo timidamente a buttarci nell’acqua gelida, poi ci mettiamo a giocare a calcio con dei ragazzi del posto. All’inizio sembra una cosa tranquilla. Poi, pian piano arriva gente da un po’ tutta la spiaggia. E diventa un cinque contro cinque in cui chi segna il primo gol resta in campo e gli altri escono per fare spazio ad un’altra squadra. In pratica, si gioca alla morte, volano calci imbarazzanti e più di uno abbandona per le botte prese. Comunque, facciamo valere la difesa italiana, cerchiamo di stare fuori dalle rogne e restiamo in campo per sei-sette partite di fila grazie a un mezzo fenomeno della nostra squadra che continua a segnare gol decisivi.
Il giorno dopo lo passiamo a inseguire animali nella splendida e praticamente disabitata penisola Valdes. Poi, la sera, in uno dei tanti bar sulla spiaggia dove, nel weekend almeno, ci dev’essere un bel casino.
Dopo Puerto Madryn e il mare, torniamo verso le montagne tagliando in orizzontale il continente e arriviamo a Bariloche. Paese in stile alpino non lontano dal Cile, sulle sponde di un lago ai piedi delle Ande. La città e la zona circostante sono davvero bellissimi. Soprattutto dall’alto quando saliamo in cima a una delle montagne lì intorno. Laghi e isole verdissime a quasi trecentosessanta gradi. E tutt’intorno, a fare da sfondo, montagne con le cime innevate. Ma è anche un posto con parecchia vita. Dagli immancabili irish pub, come il Wilkenny, con la solita buona musica (come “No Rain” dei Blind Melon di Shannon Hoon), ai bar dove si balla musica soprattutto spagnola e dove, inevitabilmente, tendiamo a finire. Alla fine sono i posti più incasinati e c’è sempre sempre gente che balla. Dai posti dove suonano dal vivo passando magari senza troppi problemi dai tormentoni dei gruppi locali ai classici come “Sweet Child O’ Mine” dei Guns ‘N Roses fino poi alle discoteche vere e proprie come il Pacha. Insomma, c’è molta scelta. E ci facciamo un paio di belle serate.
Poi, andiamo a prendere l’ennesimo bus. Destinazione Mendoza. Una ventina di ore più a nord.
6. Mendoza. Mendoza è l’unica città un po’ grande e un po’ città che abbiamo visitato oltre a Buenos Aires. Anche se in realtà, poi, quasi tutto si trova nel razionalissimo centro organizzato intorno ad una grandissima piazza centrale ed a quattro altre piazze più piccole che si trovano un paio di vie più in là dei quattro angoli della piazza principale. Comunque, è molto carina. Tutte le vie sono alberate e in tutte le vie scorrono canaletti d’acqua a fianco dei marciapiedi. Ed è immersa in una regione dove producono molto vino non lontana dalla vetta più alta delle Ande e da Santiago del Cile.
Il primo giorno giriamo a piedi in lungo e in largo il centro. La sera, andiamo a cena in un suggestivo ristorante di sushi sul tetto di uno dei palazzi più alti della città. Ovviamente ci sono solo tavoli per due. Ed ovviamente sono tutte coppie. Ma non ci interessa. Il posto è bello e si mangia bene. Sopporteremo un po’ di musica romantica. Fra l’altro, “The Reason” degli Hoobastank mi piacerebbe anche. Se non mi ricordasse un po’ troppo una ex. Dopo cena, andiamo su Villanueva, una strada animatissima dove ci sono quasi solo bar. Ne giriamo un po’. Da quello un po’ più stiloso con postazione per il dj, terrazza che si affaccia sulla strada e musica finalmente nuova come gli MGMT di “Electric Feel” fino a quello più tipico con musica argentina dove finiamo inseguendo due ragazze conosciute poco prima. La serata finisce tardi. E dopo parecchi drink ci trasciniamo in albergo.
Dopo una serata così e soprattutto dopo una sveglia alle sette di mattina per andare a visitare delle cantine di vini nell’unico orario disgraziatamente disponibile, ovviamente il pomeriggio diventa faticosissimo. Senza contare che la voglia di assaggiare vini appena svegli era molto vicina allo zero. Non ci muoviamo dal letto e guardiamo qualsiasi partita di calcio passi in televisione. Poi la sera, anche se il letto ci tenta, usciamo per cena. Tornando in albergo, a sorprenderci è la gente che si è riversata nella piazza principale. C’è davvero un po’ di tutto. C’è un colombiano che, nascosto dentro il suo carretto, fa uno spettacolo di marionette raccontando storie ambientate in un piccolo villaggio della sua terra. Ci sono alcuni musicisti che si sono portati batteria e amplificatori e suonano divertenti rivisitazioni jazz di pezzi storici come la colonna sonora del film “La pantera rosa”. C’è un comico che approfitta di un palco per esibirsi in giochi e sketch coinvolgendo anche gente del pubblico. C’è chi vende birre e cibo. E, soprattutto, c’è tantissima gente di tutti i tipi ad assistere ai vari spettacoli o anche solo a passare il tempo mangiando e bevendo all’aperto. Dalle famiglie con bambini agli anziani, dai gruppi di ragazzi alle coppiette. Sembra quasi che tutta la città sia in piazza.
E forse è proprio in queste piccole cose, per noi vecchie, infantili o anche solo dimenticate, che si manifesta tutta la bellezza e, per certi versi, l’ingenuità della cultura sudamericana. Una cultura che vive ancora nelle piazze e che sa ancora apprezzare e stupirsi delle cose più semplici. Una cultura più spontanea ed immediata. In cui se uno vuole parlare con te si avvicina e lo fa senza pensarci. In cui si sorride di più. In cui se uno può aiutarti non ci pensa due volte. In cui, certo, non manca qualche furbo che se ne approfitta. Ma una cultura della quale, già sul taxi verso l’aeroporto per tornare a Milano, non si può che sentire in gola una fortissima nostalgia.
Articolo del
26/03/2009 -
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