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Preceduto dal rock psichedelico a tinte forti dei Sea Dweller prima e dei Blessed Child Opera poi, si esibisce finalmente a Roma Barzin giovane cantautore canadese di origine iraniana che ha fatto molto parlare di sé in questo ultimo periodo. Molto è dovuto al successo internazionale di “Notes To An Absent Lover”, il suo terzo album, un gran bel disco per davvero, che ha fatto conoscere a tutti le eccellenti doti di songwriter ed il talento di Barzin, che sale sul palco dell’Init con la sua band e non riesce a nascondere l’emozione che prova per il semplice fatto di trovarsi a Roma, dove ha trascorso una splendida giornata in compagnia del sole, cosa che succede di rado a Toronto, dove abita.
L’approccio con il pubblico è molto discreto ma, non appena si diffondono in sala le note della sua chitarra, l’atmosfera diventa all’improvviso calda, e molto confidenziale. Canzoni come “Nobody Told Me”, sull’impossibilità di dimenticare una persona che hai amato tanto, come “Words Tangled In Blue”, sulla solitudine e sulla disperazione che arrivano alla fine di una storia d’amore, costituiscono una prova ulteriore che siamo di fronte all’ultimo dei romantici, che racconta sentimenti ed emozioni con delicatezza e semplicità all’interno di un tessuto armonico che prende in prestito qualcosa dal vecchio country e anche dal folk, per riprodurre però linee melodiche completamente nuove, morbide ed avvolgenti. Splendida “Queen Jane”, una ballata davvero convincente, che porta Barzin in una dimensione gradevolmente pop, mentre sono senz’altro più intime, più drammatiche, le esecuzioni di “Stayed Too Long In This Place” e della molto ben riuscita “Look What Love Has Turned Us Into”. C’è qualcosa di particolare che accomuna tutte le esecuzioni di Barzin, tutte le sue composizioni, e consiste proprio in quel ritmo di natura codeinica (la codeina è una sostanza che si estrae dal papavero, e produce uno stato di gradevole abbandono) che è presente nel suo modo di cantare, nella sua voce, delicata e suadente, senza essere di certo un crooner, magari come Leonard Cohen, il simbolo del Canada in musica, che viene ricordato prima dell’esecuzione di una delle sue più famose canzoni, quella “Dance Me To The End Of Love”, che alberga nel cuore di molti. Una cover molto fresca ed apprezzata dai presenti, che si sono affezionati subito ai modi e al carattere di Barzin, a quel suo modo di introdursi sempre in punta di piedi nel mondo di chi va ad ascoltarlo. Rispetto a “My Life In Rooms”, il disco precedente, le nuove canzoni hanno un qualcosa di meno avant-garde e di più melodico, ma va bene così, anche perché il concerto si lascia ascoltare con una fluidità ed una naturalezza che sono rare e anche vincenti, e che spiegano il grande clamore suscitato intorno al suo nome. Di certo, parte di quella immediatezza è dovuta alla virata pop di Barzin, che ha reso le sue canzoni d’amore più fruibili, più ascoltabili, ma di questo non possiamo fargli torto.
Siamo di fronte ad un nuovo Nick Drake? Forse sì, per lo meno nei modi, nello stile, ma anche nella struttura armonica dei suoi brani. Arrivato al termine della serata Barzin, fra gli applausi, saluta il suo nuovo pubblico, che si lascia cullare sulle note di “Dream Song”, sconvolgente per la sua purezza e semplicità.
Articolo del
27/03/2009 -
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