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Assoluto, vibrante, diretto: Vic Chesnutt in concerto al Circolo degli Artisti, dove lo attendono qualche centinaio di appassionati, che sembrano conoscerlo abbastanza bene, è l’artista di fronte alla sua strada, un uomo e il suo destino, in una chitarra classica amplificata con le corde d’acciaio di un’acustica, in una voce senza remore ma non disperata, in una sedia a rotelle sulla quale muove il suo sguardo e la sua musica dal 1983, in seguito ad un incidente automobilistico.
Ad aprire il concerto il set convincente di Elf Power, la band proveniente anch’essa da Athens, Georgia come Chesnutt, e come un altro gruppo di cui sicuramente qualcuno starà supponendo il nome, e che non è del tutto estranea ai protagonisti di questa sera... Efficacissimo, si diceva, il pop/rock tinto di chitarre e psichedelia degli Elf Power, la Danelectro di Andy Rieger che da buon leader canta e dirige la band senza strafare e senza eccessivi protagonismi, assistito dalla telecaster di Jimmy Hughes, apprezzabilissimo, come tutta la band (che ricordiamo ha al suo attivo 11 album) nelle armonie vocali, e che per una quarantina di minuti preparano la sala e il pubblico per l’autore di North Star Deserter, applauditissimo album del 2007, e che presenta al pubblico italiano il suo nuovo lavoro Dark Devlopments, uscito a gennaio. Nei pochi minuti di intervallo prima del set principale, eccolo Vic Chesnutt, che ci passa a fianco a pochi centimetri, dopo aver attraversato tutta la sala, ed essere sgattaiolato silenzioso, (ma non del tutto inosservato), in mezzo al pubblico ormai numeroso, per arrivare sulla sua sedia a rotelle nel backstage, dove magari si sarà acceso qualcosa da fumare, vista anche la sua ormai annosa battaglia a favore della marijuana a uso medico e terapeutico.
Qualche minuto, poi la band torna sul palco, e lui Vic, si va a piazzare ad uno degli estremi del palco, quasi in un angolo, tutt’altro che primattore; gli Elf Power, che lo accompagnano in questo tour in giro per il mondo e hanno suonato e realizzato con lui l’ultimo disco, si sistemano al suo fianco, Rieger e Hughes, anche loro seduti uno di fianco all’altro, al centro del palco; la polistrumentista Laura Carter che suona oltre le tastiere anche il clarino e la fisarmonica dall’altro lato rispetto a Chesnutt, e la sezione ritmica alle spalle di tutti. Vic come spesso gli accade indossa una specie di cuffietta di lana che gli scende quasi sugli occhi, ma quando si sistema dietro il microfono e comincia ad accordare la sua chitarra, con i primi vocalizzi in un falsetto quasi lontano, che aprivano l’album e aprono anche il concerto, è tutta la sua figura a guardarti e a lasciarti senza parole.
Mistery è il pezzo iniziale, due accordi dalla sua acusti/classica e poi il suono denso degli Elf Power riempie la sala. Ma è un pezzo che si muove, tra crescendo e vuoti dentro i quali una sorta di spinetta detta il tema triste e malinconico sul quale parte un cantato caldo e struggente che sale alla fine in un urlo livido, che non ammette repliche per poi tornare sommesso tra i vocalizzi in falsetto e una sommessa e malinconica armonica a bocca: “history...mistery, something so clear”. Non chiede pietà, né tenerezza l’uomo che racconta le sue canzoni senza cedimenti e senza debolezze. “This song is about a litle fucker...and I am a little fucker”, introduce Little fucker, secondo brano in scaletta e si intuisce che la set list seguirà quasi pari pari la tracklist dell’album. E’ una cavalcata elettrica, dove la chitarra di Vic si tinge di fiamme e le chitarre elettriche misurano il loro grado di intensità con un basso in ottima evidenza. Chesnutt è uno spettacolo, è dinamite pura, che sprigiona energia da tutti i pori e non sta fermo un attimo sulla sua sedia, si agita moltissimo, scuote la sua chitarra, strusciandola con energia sul microfono e emana ruvida e irresistibile vitalità. La sequenza si distacca in effetti solo in pochi episodi da quella di Dark Developments, ma tutti i brani sembrano acquistare ancora più “colore” nella versione live: dal fraseggio stretto e battente di And How, alla bellissima e struggente (”this is a sad song”) Teddy Bear, dall’ironica We are Mean a The Mad Passion Of The Stoic (davvero bella, “so easy and so hard to understand”) forse la cosa che più si avvicina alle atmosfere di North Star Deserter; fino a Bilocating Dog, la buffa storia del cane che poteva essere in due posti diversi “at the same time”, come dicono praticamente all’unisono prima della canzone (come accade prima di altri brani durante la serata) sia Vic che gli altri Elf Power, ognuno al proprio microfono, quasi a sottolineare come ormai la confidenza con il leader sia arrivata a tal punto da sapere esattamente cosa dirà ad un certo punto dello show. Divertente, il pubblico coglie la surreale comicità di questi momenti, e lui Chesnutt si fa prendere in giro con una grazia da applausi. I pochi episodi che si distaccano dal’album in studio sono Debriefing da North Star Deserter, una maiuscola e noir Old Hotel (dall’album The Salesman And Bernadette) e una Independence Day da occhi lucidi. Vic Chesnutt annuncia “the last song” prima di attaccare Phil The Fiddler, dopo la quale applausi fragorosi sottolineano l’uscita di scena dei musicisti. Ma è lo stesso songwriter della Georgia a fermarsi in mezzo al palco mentre si avvia verso il dietro le quinte, e voltandosi verso il pubblico che lo saluta, ricambia il saluto con due occhi che sorridono a serate belle come queste. Da sotto il berretto si guarda intorno, quasi stupito da tutto questo affetto e dopo qualche secondo torna al suo microfono. Defilato, e nel silenzio che si fa assoluto del Circolo, intona due pezzi (uno dei quali è una splendida Everything I Say) completamente da solo, da solo con la sua chitarra e la sua voce ormai nuda. L’ultimo tocco però, è ancora con gli Elf Power, davvero perfetti per tutto il concerto, al servizio della magica poesia di Chesnutt. E con tutta la banda di nuovo sul palco è tempo di West Of Rome (quasi d’obbligo vista la location), prima della quale il cantante scherza spiritosamente sul pubblico rimproverandogli di non conoscere John Fante. E infine, ultima chicca (“I come from Athens, Georgia, this is Elf Power and they come from Athens too, and this is a song by another band from Athens, Georgia”) e attacca una versione “dilatata”, magnetica di Everybody Hurts, firmata ovviamente R.E.M., band che ha influenzato sicuramente le sonorità di una band come Elf Power, senza dimenticare che fu proprio Michael Stipe a produrre i primi due album di Vic Chesnutt nei primi anni ’90.
Adesso è davvero finita. Vic Chesnutt ci lascia con la tenera forza di uomo colpito ma mai abbattuto dal destino, e con un concerto davvero da ricordare.
Articolo del
28/03/2009 -
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