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Ci deve pur essere una ragione se i concerti di Antony Hegarty, artista inglese di nascita, ma americano di adozione, registrino altrettanti sold out in qualsiasi luogo e nazione. Una risposta l’abbiamo qui, questa sera all’Auditorium, osservando come Antony si pone davanti al pubblico e ascoltando il suo canto. Succede raramente di essere testimoni di una così perfetta e totale aderenza fra modalità espressive e contenuti interiori, fra rappresentazione artistica e vita reale. La donazione è completa, sia nei momenti di gioia che nelle tante ballate tristi da lui stesso composte che ritraggono i momenti di sofferenza che ha attraversato prima di trovare un po’ di luce.
E’ questo il tema di “The Crying Light”, il terzo album di Antony & The Johnsons, l’opera che viene presentata dal vivo nell’occasione, insieme a precedenti successi e a rarità di pregio. Prima del concerto vero e proprio assistiamo in silenzio ed incantati all’esibizione di un ballerino interamente vestito di bianco, quasi un abito nuziale, che assume le sembianze ora di un uccello ora di un animale feroce e si libera leggero nell’aria e ricade sempre all’interno del cerchio di luce bianca proiettato sul palco. L’idea della purezza, del candido biancore della luce, è un elemento dominante dell’estetica di Antony, che poco dopo entra in scena. Durante l’esecuzione dei primi brani, ballate pregevoli come “Her Eyes Are Underneath The Ground” e “Epilepsy Is Dancing”, i riflettori illuminano soltanto i bravissimi Johnsons; lui invece, Antony, canta quasi nella penombra per poi vedere la luce al momento di “One Dove”, un brano talmente bello e delicato da far venire i brividi ogni volta che lo ascolti. E’ l’elogio della colomba, simbolo della pace interiore, ma anche della fragilità della condizione umana, della caducità dei nostri progetti terreni, che ci viene ad offrire un po’ di sollievo, che ci parla di un mondo diverso. Poco dopo si riapre il capitolo di “I Am A Bird Now”, il prestigioso secondo album di Antony, con “For Today I’m A Boy”, un brano che racconta mirabilmente e con grazia, parte di quel processo che lo ha portato verso una identità nuova. I contrappunti di violino e le note di pianoforte esaltano le linee melodiche di “Kiss My Name”, uno dei brani più belli dell’ultimo disco, una composizione che scatena l’entusiasmo di quanti fra il pubblico non riescono più a trattenere l’ammirazione per il talento e l’affetto per la persona. Sì perché Antony sa anche farsi voler bene, come quando presenta la genesi di “Everglade” e racconta di quando era affacciato al terrazzino della sua camera di albergo sulla costa Adriatica ed ha cominciato a piovere: “Era una pioggia così delicata, così leggera”, ricorda Antony, “che sembrava mi stesse baciando sul viso. Una sensazione così piacevole a cui non potevo sottrarmi. Proprio in quel momento le note di “Everglade” hanno cominciato a danzare nei miei occhi.” Subito dopo aver eseguito il brano, arriva un altro momento davvero importante, quello che prevede in scaletta “Another World”, una ballata scarna e minimale, per piano e voce, dove Antony dà libero sfogo a tutte le sue ansie esistenziali e riflette anche amaramente su come e quanto sia deteriorato il mondo in cui viviamo. “The Crying Light” è dedicata interamente a Kazuo Ohno, il ballerino giapponese che ha avuto una notevole influenza nella formazione artistica di Antony e che viene ritratto nella foto di copertina dell’ultimo album. Kazuo è stato uno dei padri fondatori della danza Butoh, che è caratterizzata da una fisicità esasperata, dove ogni singolo movimento del corpo, ogni smorfia del volto, riflette un sommovimento dell’anima. Kazuo oggi ha 102 anni, non danza più, ma è stato lui ad insegnargli a “coltivare un posto sicuro nell’anima all’interno del quale fra crescere il proprio cuore”. L’esecuzione del brano è assolutamente fantastica, ricca di variazioni ritmiche e dotata di un impianto melodico tale da far sembrare corretta la definizione di chamber pop da molti applicata alla musicalità di Antony. Si prosegue con una rarità inaspettata, quella “I Was Young When I Left Home”, una cover version di un vecchio pezzo country di Bob Dylan, brano che compare su “Dark Was The Night”, una compilation appena pubblicata. Il concerto non ha momenti di pausa, procede in una continua alternanza di momenti di meraviglia e di incanto, come quando viene intonata “You Are My Sister”, la straordinaria canzone dedicata da Antony a Boy George. C’è anche spazio per una citazione dal primo album omonimo, quella “Twilight” scritta a ventidue anni, proprio agli inizi della sua carriera artistica. Al termine della serata Antony, richiamato a gran voce da tutto il pubblico, torna sul palco, ed improvvisa un brano “Solo per voi / solo per voi/ vi amo Roma” e via così per qualche minuto. Ancora una canzone e poi i saluti finali, in mezzo ad un mare di applausi.
La voce di Antony ha il potere di entrare nell’immaginario di chi ascolta, ti parla di Amore, di Vita, di Morte e della Natura senza farti sentire escluso, senza avere più il timore di non reggere il confronto. E’ il segno di una spiritualità nuova, incentrata sulla sincerità dei sentimenti, sulla delicatezza e sul rispetto, che miracolosamente riesce a farsi strada in questo mondo stupido.
Articolo del
31/03/2009 -
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